Giorni complessi, ricchi di capovolgimenti di fronte quelli di fine maggio 2019, quando il dipartimento del Commercio statunitense ha sostanzialmente fatto fuori, almeno per il momento e con un interregno di tre mesi che scadrà il 19 agosto, Huawei da qualsiasi rapporto commerciale con aziende a stelle e strisce. Il protagonista della vicenda è Google (anzi, la holding Alphabet) che ha sferrato il primo calcio ritirando la licenza al colosso cinese per l’uso di una versione del sistema operativo Android completa di suite di applicazioni, certificazioni di sicurezza e accesso al Play Store, il negozio delle app. I piani già in cantiere a Shenzhen, per esempio quelli per un sistema operativo autonomo, il Kirin OS, sembrano aver avuto un’accelerazione (sarà pronto forse già in autunno), anche se il quadro ha preso a complicarsi in un effetto domino dai contorni pericolosi.

Oltre ai gruppi statunitensi che, volenti o nolenti, sono per il momento esclusi dalla “supply chain” di Huawei (a loro il colosso cinese ha distribuito nel 2018 ben 11 miliardi di dollari per microchip, licenze e servizi, quattrini che andranno dunque in fumo e appesantiranno i bilanci di quelle compagnie), anche altri colossi industriali e dell’ecosistema IT stanno muovendo le proprie pedine e riscrivendo i rapporti con l’azienda fondata dall’enigmatico Ren Zhengfei. Per esempio la britannica (ma dal 2016 sotto il controllo giapponese) Arm, che potrebbe toglierle un’altra licenza, per certi versi ancora più importante: quella per usare l’architettura di base dei processori dei dispositivi mobili su cui si appoggia la famiglia Kirin del gruppo cinese. Oppure, su fronti opposti, alcuni operatori telefonici – come EE e Vodafone nel Regno Unito o Y! Mobile e Kddi – che hanno bloccato la vendita di dispositivi e telefoni del gruppo, abilitati o meno al 5G.

Ecco, in pochi punti, tutto quello che c’è da sapere.

  1. La messa al bando di Huawei, o Huawei Ban,  nasce dall’inserimento del gruppo cinese, insieme a diverse altre aziende, in una “entity list” stilata dal dipartimento del Commercio statunitense. Tecnicamente non è un embargo o un blocco totale ma un elenco di imprese che, per rifornirsi di beni e servizi da gruppi americani, cioè in questo caso tecnologie e ambienti operativi, devono chiedere un’autorizzazione. In questo momento, e solo per i prodotti già sviluppati e commercializzati, questo permesso è accordato fino al 19 agosto. Poi lo stop diventerà, salvo ulteriori proroghe, definitivo. Dunque i rapporti commerciali, tranne l’eventualità di scivolose triangolazioni con aziende e via Paesi terzi, sospesi.
  2. La prima a muoversi è stata Google, togliendo la licenza di Android. Non significa che chi possiede un dispositivo Huawei vedrà sparire da un giorno all’altro app e Play Store né che lo smartphone sarà più esposto a malware e minacce. Significa fondamentalmente che nei prossimi modelli del produttore cinese il matrimonio con la nuova versione del robottino verde (la 10 alias Q in arrivo a settembre) non s’avrà da fare. Insomma, la sospensione non è retroattiva anche se, nel medio-lungo periodo, pure i vecchi (per modo di dire, il P30 è di fatto appena uscito) dispositivi potrebbero rimanere bloccati allo stato attuale, oppure ottenere degli aggiornamenti non certificati da Big G. Per il futuro, invece, ci si potrebbe affidare alla versione open source di Androi, come in passato aveva fatto Meizu, o ancora, come si accennava, sviluppare un proprio sistema operativo, il Kirin OS, forse pronto per il prossimo autunno. Anche se a quel punto mancherebbero le applicazioni più amate dalle decine di milioni di utenti soprattutto europei: Facebook & co. sono californiane e neanche loro potranno più “parlare” con Huawei.
  3. Non solo Google. Moltissimi altri gruppi statunitensi saranno tagliati fuori dai rapporti con Huawei. Da Intel a Qualcomm a Broadband passando per il colosso Flex e tutti quelli che Goldman Sachs ha raccolto tempo fa in una serie di grafici molto chiari ed efficaci. Nessuna di queste, tranne un paio che campano in gran parte sulle commesse cinesi, rischia poi chissà cosa. Certo, per ciascuna sono in ballo diverse decine o addirittura, come per Qualcomm, centinaia di milioni di dollari che per colossi come il chip-maker di San Diego costituiscono tuttavia pochi punti percentuali di fatturato annuo. Quanto basta ed è bastato, comunque, a muovere le azioni al ribasso e a dover rivedere i conti per i prossimi trimestri. Il peggio, secondo molti, arriverà con i dati dei prossimi mesi. Rimangono da capire le posizioni di Microsoft, che concede Windows 10 Home in licenza sui laptop di Shenzhen.
  4. Anche alcuni gruppi europei, produttori di microchip o comunque del settore dei semiconduttori, sono finiti nella tempesta. La tedesca Infineon, come l’austriaca Ams, hanno però smentito la sospensione dei rapporti con la Cina, dall’italo-francese Stmicroelectronics si attendono commenti. In questo caso, come per Arm d’altronde, i problemi deriverebbero dal fatto che alcuni elementi, tecnologie, fasi di sviluppo e ricerca o licenze utilizzate in quei componenti possano essere collegate a, prodotte o acquistate dagli Stati Uniti.
  5. Inquadrato nell’ambito della sicurezza nazionale, il blocco di Huawei (e non di altri nomi noti del tech cinese, da Oppo a Lenovo fino a Xiaomi) è di fatto un tassello della più ampia guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina, nel tentativo della prima non solo di “difendere” la produzione Usa (che in realtà ne esce penalizzata) ma anche di riequilibrare lo squilibrio dei rapporti e di debito pubblico. Benché non come in passato, la Cina è pur sempre il primo creditore degli States e detiene ancora il 17,7% dei titoli posseduti dagli investitori pubblici stranieri.
  6. Il fronte, spostato in Europa, tocca non solo dispositivi e sistemi operativi, chip e componenti, ma in particolare il 5G, cioè la costruzione delle infrastrutture di rete di nuova generazione che dovrebbero entrare in funzione entro il 2020 (le offerte commerciali sono già partite in alcune città statunitensi, in Svizzera e in Corea del Sud). Nei mesi scorsi Trump ha esercitato pressioni notevoli sull’Ue, affinché i Paesi membri sospendessero i rapporti con Huawei – che ricava la metà dei suoi 107 miliardi di dollari di fatturato da antenne, cavi e altre apparecchiature per i network – e imponessero la rescissione dei contratti già firmati con numerosi operatori locali (circa una ventina nel Vecchio continente). La replica di Germania, Olanda, Francia e in maniera più sibillina dell’Italia è stata negativa, anche se – è il caso nostrano – negli ultimi tempi la cosiddetta “golden share” per intervenire in quel settore strategico è stata rafforzata. Huaweiban rimescola dunque le carte anche e soprattutto nell’ambito delle nuove reti di comunicazione costringendo i Paesi europei a riaprire un dossier che pareva chiuso.
  7. Inoltre, la Cina – le cui risposte politiche sono state per ora piuttosto contenute rispetto al terremoto innescato da Trump – ha in mano una grande quantità di contromosse, rimanendo nel mondo tech: per esempio imporre restrizioni e dazi ancora più elevati sui prodotti Apple, se non un blocco totale che toglierebbe quasi 11 miliardi di dollari di ricavi ogni trimestre. Oppure stringere la cinghia sulle cosiddette “terre rare”, un gruppo di 17 elementi chimici inizialmente individuati solo in minerali poco frequenti in natura (oggi sappiamo che ce ne sono concentrazioni significative nella crosta terrestre ma la loro estrazione è piuttosto costosa): scandrio, ittrio e 15 lantanoidi hanno proprietà magnetiche (come la resistenza alle alte temperature) e ottiche imprescindibili per i prodotti tecnologici, dagli hard disk ai satelliti fino a laser, leghe per batterie, motori elettrici ibridi, fibre ottiche, superconduttori e così via. La Cina detiene riserve intorno al 40% dei 130 milioni di tonnellate stimate e dal 2010 ne ha progressivamente ridotto l’estrazione.