Kathy Sierra, professoressa di programmazione e sviluppatrice di videogiochi, qualche giorno fa ha redatto un intervento dal titolo Your app makes me fat sul proprio blog. No, le diete non c’entrano: la Sierra ha portato degli esempi scientifici a supporto della tesi che le app troppo complicate generino uno stress eccessivo e non debbano essere sviluppate. Le variabili in causa sono molte ed è difficile spiegare “materialmente” cosa evitare, però il principio generale è ineccepibile. Non è soltanto una questione di semplicità.

La metafora del grasso corporeo deriva dall’esperimento di Baba Shiv e Alex Fedorikhin, dei professori accademici: i loro studenti hanno dovuto memorizzare una serie di numeri, un gruppo a due cifre e un altro a sette. Il primo – arrivato in mensa – ha deliberatamente optato per una macedonia di frutta, il secondo per uno snack al cioccolato. Perché? Beh, il maggiore impiego di risorse cerebrali ha aumentato la fame degli studenti. Lo stesso meccanismo è applicabile ad altri ambiti, come pure alla complessità delle applicazioni.

Una fra le conclusioni più interessanti della Sierra è che, prima d’essere degli utenti, gli individui sono persone e occorre trattarli come tali. Una app che preveda molte funzionalità complesse provoca un eccessivo dispendio di risorse cerebrali, impedendo a chi l’utilizza d’impiegarle in attività più redditizie. Ecco perché creare un sito o un’applicazione significa anzitutto ridurre il “lavoro” dell’utente, in favore dell’immediatezza e della rapidità d’esecuzione. Specie se desideriamo che gli utenti tornino a utilizzarli.

Personalmente, ho un pessimo ciclo di sonno-veglia… perché io concentro le attività cerebrali al mattino. Non riesco a evitare un “sonnellino” pomeridiano, mentre – dopo l’allenamento fisico serale – fatico ad addormentarmi, la notte. Dovrei proprio invertire gli appuntamenti per migliorare la produttività. Un secondo esempio della Sierra riguarda la cattività: se chiedete a un cane di stare seduto, anziché rinchiuderlo in gabbia, impiegherà meno tempo a risolvere un puzzle. Pensate a quanto riuscite a produrre sotto pressione.

Se sento «il fiato sul collo», impiego più tempo a produrre e lo faccio sicuramente peggio. Come tradurre questo concetto nello sviluppo d’applicazioni? Una pratica potrebbe essere quella di non costringere l’utente a registrarsi col profilo via Facebook e rendere opzionale la connessione al social network, come a Google+ o Twitter. E, ancora, concedere sempre l’esportazione e la rimozione dei contenuti — il cd. diritto all’oblio. Sono indicazioni di massima, che andrebbero integrate con l’esperienza e coi feedback degli utenti.

Insomma, dubito fortemente che una app faccia ingrassare – ed escludo che aiuti a dimagrire – ma sono convinto che la tesi della Sierra sia valida. Quando scelgo un’applicazione o un sito da consultare, preferisco quelli che non richiedano uno sforzo mentale per essere fruiti: sono fra quanti odiano leggere i libretti d’istruzione, figuriamoci se dovessi imparare a memoria un manuale per utilizzare una app. Create soluzioni immediate, elementari e veloci che non impegnino troppo gli utenti. Magari, più brevi di questo articolo!

Photo Credit: Alan Cleaver via Compfight (CC)