Ieri, Google ha annunciato la distribuzione dei sorgenti di Zopfli: un algoritmo di compressione compatibile con zlib che riduce le dimensioni delle pagine del 5%. Rispetto agli algoritmi più diffusi è fino a cento volte più lento, ma non è questo il punto. Il tentativo d’innovare le tecnologie del web sembra essere giusto una prerogativa di Google perché il resto della filiera non l’asseconda. Le novità offerte in questo senso da Chrome tardano ad arrivare sugli altri browser e gli hosting provider preferiscono fare spallucce.

Mi spiego meglio. Google nel 2009 ha annunciato SPDY, un protocollo complementare a HTTP, per rendere il web più veloce: in questi tre anni l’adozione è stata molto limitata. Internet Explorer e Safari ancora non lo supportano e sfido chiunque a trovare un hosting di medio livello che l’includa fra i propri servizi. Anche quelli più ambiziosi lo snobbano, perciò servirebbe affittare o acquistare un server per implementarlo. SPDY obbliga a utilizzare le connessioni sicure via HTTPS, quindi alla registrazione d’un certificato SSL.

SPDY è open source quanto il nuovo Zopfli, del quale condivide la licenza, ma a parte Amazon e Twitter non è stato adottato da altri che Google. Essendo stato accettato dalla IEFT, diventerà uno standard e nel giro di cinque o dieci anni dovrebbe essere implementato su tutti i server. Già, con queste tempistiche diventerà obsoleto prima di diffondersi! Oltre a questi due progetti, Google aveva iniziato la promozione di WebP: un nuovo formato per le immagini che potrà sostituire GIF, JPEG, PNG. L’avete mai utilizzato? Ne dubito.

WebP, al momento, funziona soltanto con Chrome e Opera. Quest’ultimo ha annunciato la sostituzione del proprio engine con WebKit, perciò è come se il formato funzionasse con due browser su cinque. Mozilla non ha intenzione di supportarlo e, dati alla mano, l’utilizzo estensivo delle versioni meno recenti di Internet Explorer costringe i designer a ricorrere tuttora alle GIF per escludere delle incompatibilità. WebP non è il migliore in assoluto, però potrebbe esserlo sui siti… se fosse sfruttabile. Con queste premesse non lo è.

Da una parte gli utenti di Windows non aggiornano il browser, dall’altra i concorrenti di Chrome non assecondano le tecnologie open source di Google e gli hosting provider le ignorano del tutto. Com’è possibile adottare un design davvero responsivo, se bisogna escludere a priori ogni novità? Dovendo gestire il sito d’un esercizio commerciale, sarebbe controproducente escludere la maggioranza dei potenziali visitatori nell’utopia del progresso. Il medesimo discorso, ahimè, è valido quanto agli investimenti in tablet e smartphone.

Oggi, il 99% dei siti web è impreparato alla visualizzazione da mobile: non è una statistica, la mia, ma una valutazione empirica. Fatico a colpevolizzare i designer perché il boicottaggio più o meno esplicito e consapevole delle risorse di Google non aiuta. Microsoft ha avuto grandi responsabilità in passato, però non è l’unica azienda a frenare l’innovazione. Che Zopfli sia una risorsa utile oppure no, di questo passo non servirà a nulla e il web rimarrà quello degli anni ’90. Il cambiamento dovrà essere repentino e radicale.

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