Fra circa tre ore, Canonical rivelerà “qualcosa” sui tablet: potrebbe essere una variante dedicata di Ubuntu o un dispositivo prodotto per lo stesso sistema operativo dall’azienda. L’interfaccia orientata agli smartphone, infatti, potrebbe adattarsi benissimo ai tablet. Potete provarla in anteprima dal 21 febbraio, se possedete un Galaxy Nexus di Samsung o un Nexus 4 di LG. Molti hanno già provato a installare la distribuzione su device che prevedevano Android o Windows. Negli ultimi giorni, per esempio, Ubuntu sul Surface Pro.

È impossibile non trovare delle affinità con Apple, che produce da sé i dispositivi (commissionando a terzi i componenti) per installare i propri sistemi operativi. Mark Shuttleworth, fondatore e mentore di Canonical, non ha mai nascosto la volontà di trasformare Ubuntu nell’equivalente open source di Mac OS X: qualche anno fa, la distribuzione ha addirittura spostato i pulsanti delle finestre a sinistra… una caratteristica tipica di Apple. Riuscirà nell’intento coi tablet? Non è così semplice, ma non parlo soltanto di business.

Ubuntu dichiara l’1% delle installazioni globali dei sistemi operativi sul desktop, una cifra identica a quella degli utenti che utilizzano Steam per Linux: se la diffusione raddoppiasse sarebbe già un successo clamoroso, considerando la scarsa popolarità delle distribuzioni di Linux. Come sappiamo, tablet e smartphone costituiscono la maggiore attrattiva del momento per i consumatori e Canonical dimostra grande intelligenza a puntare su questo segmento. I produttori di hardware, nella circostanza, assumono un ruolo essenziale.

Canonical, negli ultimi tempi, ha avuto sfortuna: il principale distributore di laptop con Ubuntu preinstallato è Dell… prossimo all’acquisizione da Microsoft. Io non ho mai visto un computer in vendita che proponesse Ubuntu sugli scaffali dei negozi che frequento e nel prossimo futuro le possibilità potrebbero persino diminuire. Fortunatamente, può essere installato in un secondo momento e con una lenta procedura burocratica è possibile chiedere un rimborso della licenza di Windows. Ciò nonostante, pochi arrivano a domandarlo.

Apprezzo le ambizioni di Shuttleworth perché parto dal presupposto che senza pensare in grande non s’arrivi da nessuna parte. Condivido il fatto che esista la possibilità d’inserirsi nel duopolio di Apple e Microsoft che propongono due modelli speculari. Non sono convinto, però, che oggi Ubuntu sia la soluzione adatta: è eccellente nel design ed è supportato dalla maggioranza degli sviluppatori che prevedono delle versioni dei propri programmi per Linux, ma è molto carente nella visione d’insieme. Almeno, per quanto mi riguarda.

Ubuntu ha principalmente due problemi: il primo riguarda l’apertura dell’ecosistema perché col passare del tempo la distribuzione è sempre meno free software. Questo aspetto mi disturba meno di quanto preoccupi l’utente-medio di Linux, abituato a farne una questione etica. Il secondo è puramente di natura tecnica, però si riflette nell’usabilità. Ubuntu, credetemi, è più “pesante” di Windows 8: sul mio computer, per esempio, la soluzione di Microsoft funziona meglio e quando l’ho acquistato prevedeva Windows 7. Com’è possibile?

Dovrei dilungarmi sulla struttura delle distribuzioni Debian-based, ma cercherò di riassumere. La facilità d’installazione di Ubuntu implica che i componenti selezionati funzionino per la maggioranza dei computer esistenti: la struttura modulare del kernel di Linux permette di ridurre il problema, però il sistema operativo non sarà mai ottimizzato al 100%. I più esperti possono ovviare ricompilando manualmente il kernel e modificando i file di configurazione. Purtroppo, con Ubuntu questi espedienti non sono affatto sufficienti.

Programmi e componenti aggiuntivi di Ubuntu, dal Software Centre che funziona grossomodo come il Mac App Store all’interfaccia-utente personalizzata da Canonical, prevedono una serie di strumenti differenti che non può essere esclusa dall’installazione. Non entro nello specifico perché sarebbe troppo noioso, ma rispetto ad altre distribuzioni questo ammasso di pacchetti rallenta l’esecuzione del sistema. In estrema sintesi, anziché rimuovere il superfluo Ubuntu appesantisce l’essenziale. Ahimè, è una caratteristica molto comune.

Immaginate d’utilizzare uno dei programmi predefiniti della distribuzione: il file manager, per esempio. Ubuntu installa il programma originale e aggiunge le patch necessarie all’integrazione col proprio desktop, diverso da quello per cui è stato concepito. Il codice è più complesso di quanto dovrebbe, perciò l’esecuzione richiede una potenza di calcolo superiore. Questo avviene sulla maggioranza dei componenti. Lo fanno tutte le distribuzioni, ma non allo stesso livello. Come con Apple, dovreste cambiare hardware molto spesso.