Uber, un servizio per il Noleggio Con Conducente (NCC) d’automobili di lusso, non ha “sconvolto” soltanto il Comune di Milano: ho elogiato la strategia comunicativa della startup, provocando una reazione negativa da parte degli addetti ai lavori. Lo prevedevo, ma non ho mai voluto difendere la legalità di Uber. Ritengo che esistano altre sedi e professionisti più qualificati del sottoscritto per giudicarla. Tuttavia, è impossibile parlare della questione… senza addentrarsi nei risvolti legali e causare delle prese di posizione.

Silvio Gulizia ha affrontato il problema da un altro punto di vista, sostenendo – a grandi linee – che per cambiare le norme sia necessario infrangerle: non posseggo gli strumenti per determinare se Uber abbia davvero violato la legge, ma non sono d’accordo con lui. Un conto è creare una nuova situazione, ancora ignorata dal legislatore, e costringere le istituzioni ad adeguarsi. Tutt’altro è agire deliberatamente nell’illegalità. New York non è troppo diversa da Milano e ha trovato una soluzione, già imposta dalla magistratura.

Uber è un servizio in continua evoluzione e a New York, oltre ai servizi di NCC, aveva inaugurato persino dei taxi: UberTAXI è stato sospeso dalle istituzioni, sulla falsariga di quanto potrebbe accadere a Milano, perché contrario alle normative esistenti. È stato appena ripristinato, dopo l’intervento della Corte d’Appello statale, costringendo Michael Bloomberg ad adattare le leggi alla maggiore diffusione di servizi equivalenti. Non esiste giusto Uber, per la cronaca. Succederà lo stesso a Milano? Potrebbe darsi, secondo me.

È evidente che la giurisprudenza statunitense non possa condizionare direttamente quella italiana. Eppure, sono convinto che a Milano la vicenda possa avere la stessa conclusione. Sarebbe giusto? Lo ignoro, perché non sono laureato in giurisprudenza e non esercito una professione correlata. Ho il legittimo sospetto, da Italiano, che se Uber avesse degli appoggi politici… il problema non esisterebbe: non accuso né l’attuale amministrazione milanese, né la precedente. È un disgustoso sistema apartitico che conosciamo troppo bene.

Posso permettermi un’analisi, però. Se i tassisti e gli NCC avessero adottato subito gli strumenti del web, dubito che una startup arrivata dagli Stati Uniti avrebbe avuto successo: ribadisco le impressioni pubblicate riguardo a Real California Milk e all’utilizzo di FarmVille 2, per la tutela del marchio. In Italia acquistiamo più tablet e smartphone che nel resto dell’Europa, però le aziende continuano a comportarsi come negli anni ’80 e non abbiamo i pagamenti via NFC o equivalenti. Chi ha sbagliato? Non additerei i tassisti.

Qui devo infervorarmi, perché la responsabilità è dei committenti: creare un sito, una app o quant’altro attenga al web… in Italia è percepito come un non-lavoro, che può fare gratuitamente chiunque. Non m’interessano le questioni legali, Uber offre dei servizi che i competitori non utilizzano. Qualcuno deve tuttora chiamare il taxi dalle cabine telefoniche! Un noto proverbio italiano sostiene che «chi è causa del suo male, pianga se stesso». Non difendo i criminali, sempre ammesso che lo siano, però non giustifico l’ignoranza.

Preciso – a seguito dei commenti – che sì, esistono delle app sui taxi milanesi: permettono di scegliere la tipologia della vettura e il metodo di pagamento, ma non effettuano un calcolo approssimativo del percorso e della tariffa. È molto diverso dalla sostituzione dei tassametri, che sarebbe illegale. I primi siti web indicizzati hanno un design illeggibile in mobilità e sembrano essere stati scritti negli anni ’90. Forse, lo sono proprio stati. Non vedo come possano essere paragonabili a Uber, dal punto di vista tecnologico.