È iniziato oggi, per una questione di fusi orari, il #TwitterFiction Festival 2014: una quattro giorni dedicata allo storytelling in centoquaranta caratteri che coinvolge gli utenti del social network in giochi di parole che esaltino gli autori letterari più significativi. Già da un paio d’ore, ad esempio, gli Italiani sono stati chiamati a reinterpretare la poetica di Cesare Pavese. Un’iniziativa che, da ex liceale classico, non posso che apprezzare! Mi domando piuttosto cosa c’entri l’autorevole scrittore con lo storytelling.

È l’occasione giusta per tornare sul significato del termine: storytelling s’è affermato, negli ultimi mesi, soprattutto riguardo alle storie di successo d’aziende e prodotti. In sé, tradotto dall’inglese, significherebbe soltanto raccontare una storia: nel mondo anglosassone, dove l’articolo di giornale è story, il legame col giornalismo è evidente. Nel nostro più classico il cantastorie è un menestrello che nel passaggio dalla cultura orale alla scrittura diventa un autore. Curioso, vero? Ecco il perché della scelta di Pavese.

Se la nostra cultura letteraria fosse più vicina a quella degli amministratori di Twitter, è probabile che al suo posto avremmo trovato Indro Montanelli. A prescindere dalla curiosità dell’iniziativa, trovo sempre molto interessanti questi paralleli culturali: lo storytelling – nel significato anglosassone – è in costante affermazione fra le piccole e medie imprese italiane che vogliono promuoversi sul web. Ora coinvolgere gli utenti nella riscoperta di Pavese riporta il fenomeno a una dimensione meno commerciale e più elevata.