Negli giorni scorsi ho aspramente criticato Facebook dandovi 10 ragioni per abbandonarlo proprio nel decennale della sua messa online e suggerendovi un po’ di alternative, tra le quali Twitter appunto.
Adesso, per il solo sadico gusto di togliervi una speranza da poco promessa, vi spiegherò una cosa: anche Twitter sta andando in malora. Il problema non sono tanto gli utenti che lo popolano (cioè, lo sono anche loro con l’invasione di bimbeminchia, haters, gente volgare etc)  ma la società stessa e le sue ultime politiche. Mi spiego.
Io ho sempre misurato la popolarità di un social network dal numero dei client alternativi a quello ufficiale che si trovano per smartphone e computer: se tanti sviluppatori impegnano tempo a programmarli – e riescono a venderli – qualcosa vorrà pur dire.
Facebook, ad esempio, ha una discreta schiera di client di terze parti per tutte le piattaforme ed infatti è tuttora molto popolare, Google+ ha solo l’applicazione prodotta da Google stessa e non certo perché questa sia la quintessenza della perfezione. Se guardiamo Twitter, infine, ne troveremo davvero una marea: programmi come Tweetbot per Mac/iOS e Tweetings o Plume per Android che rendono l’esperienza d’uso di questo social network molto più immediata ed accattivante di quanto non sia dall’applicazione e dal sito web ufficiali.
Insomma, la chiave del successo ed una delle principali ragioni della diffusione di Twitter sono proprio questi programmi: una vera e propria gallina dalle uova d’oro.
Ora, sarebbe proprio da scemi uccidere questa meravigliosa e mitica creatura: bene, Twitter lo sta facendo.
Dovete sapere che il social ha inserito nelle sue API una diabolica clausola dal nome Tolkieniano di Token: per farla breve e non entrare troppo nei tecnicismi, principalmente perché non ne sarei in grado, tutti i client alternativi che si sostituiscano a quello ufficiale nel complesso delle sue funzioni (quindi non solo l’invio di tweet, ma anche la lettura, la ricerca, l’organizzazione delle liste etc) possono avere autenticati un massimo di 100.000 utenti, dopo di che il sistema non permette più il login. Il primo a fare le spese di questo limite, ed a palesare il problema, è stata la versione di Tweetbot per Mac: il programma – rilasciato a pagamento proprio nel periodo dell’introduzione dei Token – è andato velocemente a ruba e gli sviluppatori sono stati costretti, per garantirsi un profitto adeguato alle risorse impegnate, ad aumentarne  il prezzo oltre il limite della decenza prima che si esaurissero i posti assegnati.
Nella medesima situazione (su piattaforma Android) si è trovato l’ottimo Falcon Pro che circa un anno fa è stato rimosso dal PlayStore a causa del raggiungimento dei 100.000 Token: parecchi utenti lo avevano comprato ma non potevano utilizzarlo. In tempi più recenti, sempre per il robottino verde, la stessa sorte è toccata a Carbon Twitter, un client gratuito.
La politica dei 100.000 posti assegnati è stata imposta dal social network per una ragione ben precisa: i client di terze parti non mostrano i tweet, i trend e gli utenti sponsorizzati, ossia che hanno pagato Twitter per avere più visibilità. Ed i soldi, specie ora che è quotato in Borsa, sono importanti.
Se i Token sono il cappio che Twitter si sta avvolgendo al collo, il client ufficiale è la sedia da cui fare il salto: viene stravolto come funzioni e grafica troppo spesso e troppo radicalmente. L’utente medio (ma anch’io che mi reputo un hardcore user) si trova ad ogni update spaesato: le funzioni familiari ed usate più frequentemente, come le Menzioni ed i Messaggi Diretti, relegate in un angolo per metterne in evidenza altre inutili, ma più proficue per il portafogli della società.
Le gonadi quindi iniziano a girare vorticosamente e quando si cerca un client alternativo decente o costa troppo o ha già tutti i posti presi: questo sta già causando un abbandono del social da parte di molte persone.
Mi auguro vivamente che Twitter cambi politica o che sviluppi delle API che inseriscano a forza i contenuti sponsorizzati anche nei programmi degli sviluppatori indipendenti, perché – dato che abbiamo già segato Facebook – l’alternativa che rimane è solo Google+ (del quale parlerò male in un prossimo articolo).

Cordialità,
Il Triste Mietitore