Uno dei principali motivi per cui Twitter appare strano ai più è la faccenda dei 140 caratteri. Il social del cinguettio, infatti, ha questo strano limite, che a prima vista può sembrare una scocciatura senza senso, e invece è proprio il suo punto di forza: quei 140 caratteri, oltre a rendere tutto breve e veloce, in qualche modo fanno bene alle persone, in termini di creatività letteraria e capacità comunicativa. È una stregoneria? Niente affatto, anzi, è una roba kantiana. Ma andiamo per gradi.

I 140 caratteri di Twitter stimolano la fantasia e smuovono un’insolita voglia di competizione, esercizio e automiglioramento. Il piccolo fastidio causato da quel limite, infatti, spinge gli utenti a dare il meglio di sé, anche se spesso non se ne accorgono. Quando la frase è troppo lunga e non può essere twittata, si comincia a tagliare, a rileggere, a ragionare. Questa parola è di troppo, questo concetto si può dire anche così o cosà, qui ci vorrebbe un termine più breve e più efficace, ecc. Ora, forse non ve ne siete accorti, ma questo è un lavoro da poeti, da maestri della sintesi e del linguaggio. Magari non tutti riescono a creare piccoli capolavori in 140 caratteri, ma solo il fatto di stare lì e provarci è già notevole. Su Twitter milioni di persone si ritrovano, volenti o nolenti, a ragionare sulle parole e sui concetti, a riflettere su quello che stanno per dire. Questo a casa mia si chiama miracolo.

Oltre al lato poetico, Twitter riesce a creare un contesto in cui l’importante è il contenuto. Nell’ambito delle informazioni brevi, acute e veloci, le solite foto e filmati da condividere finiscono per apparire come semplici optional, e la cosa veramente importante diventa lo status, il tweet, il testo scritto. Non sarà come leggere un romanzo, un libro di storia o un saggio di letteratura, certo, non sarà cultura nel senso tradizionale del termine, ma in ogni caso Twitter, anche nell’uso più frivolo, abitua le persone a interfacciarsi con dei testi (non importa se piccoli), a cercare roba buona da leggere, a condividere idee e pensieri scrivendo al mondo. Vi pare poco?

Bè, ma si può scrivere anche su Facebook, direte voi, dove c’è più spazio, e poi non è vero che sono tramontati i blog, vanno ancora alla grande. Perché ostinarsi a scrivere in 140 caratteri? Ve lo dico io: perché su Facebook la gente non ha una gran voglia di leggere. Gli utenti del social di Zuckerberg vogliono meme, filmati divertenti, vogliono essere intrattenuti con roba immediata, con pochi contenuti testuali. Quanto ai blog, quelli richiedono uno sforzo in più, bisogna andare lì e leggere, seguire, commentare, bisogna essere appassionati della blogosfera: sembra uno sforzo da poco, ma su internet non lo è affatto. Twitter, invece, riesce a portare il gusto per la parola scritta su un altro piano, più comodo, più agevole, più fruibile, e in ogni caso nessuno ti vieta di linkare un articolo. Il link occupa 20 caratteri, ne hai altri 120 per far venire voglia di leggerlo al tuo pubblico: datti da fare.

Vedo che mi sto dilungando, perciò vediamo di concludere. Tornando a quello che ho accennato all’inizio, un secchione tedesco tre secoli fa diceva che le regole non sono soltanto limiti, ma sono qualcosa di creativo, inventano un mondo nuovo, rendono possibile qualcosa che altrimenti non sarebbe possibile. Gli uccelli, volando, sentono l’attrito dell’aria, e perciò vorrebbero volare senza avere alcuna resistenza, per andare più veloci, per non avere limiti, ma senza aria le loro ali non servirebbero a niente, sbatterebbero nel vuoto e loro precipiterebbero giù. Allo stesso modo, darsi lo strano limite dei 140 caratteri e rispettarlo non è solo una scocciatura: è la premessa per creare un contesto, un pubblico e innumerevoli possibilità, che altrimenti non esisterebbero.

Il secchione tedesco era Immanuel Kant, e ovviamente nel suo tempo non aveva Twitter, ma se l’avesse avuto sono strasicuro che avrebbe twittato come un matto.