Immagino che farete fatica a capirlo. In effetti non è così semplice. Le azioni di Twitter hanno chiuso il primo giorno di contrattazioni con più 73 per cento sul valore di lancio, passando da 26 dollari a 44.90 dollari, ma Twitter ci ha smenato 1,3 miliardi di dollari. Oltre il doppio di quanto dovrebbe fatturare per tutto il 2013 (500 milioni di dollari) e quanto dovrebbe fatturare nel 2015, secondo le stime delle banche coinvolte nell’IPO, un po’ meno di quanto (2 miliardi di dollari) ritengono gli analisti delle altre banche, come riportato da Matt Jarzemsky sul blog del WSJ Moneybeat.

Spiega bene Dan Primack sul sito della CNN: si tratta di soldi che non sono finiti nelle casse dell’azienda, ma nelle tasche di chi ha potuto acquistare le azioni a 26 dollari prima che queste fossero immesse sul mercato.

All’apertura della borsa le azioni di Twitter valevano infatti già 45,10 dollari. Nel corso della giornata sono arrivate a oltre 55 dollari, salvo poi tornare sotto il valore iniziale. Dunque, la quotazione in borsa di Twitter è stato un fallimento? No. Nì. Si è verificato uno degli scenari previsti.

L’azienda avrebbe potuto incassare ben di più, ma ha preferito adottare una strategia inversa rispetto a quella di Facebook, che dopo aver quotato al massimo la proprie azioni le ha visto crollare nei giorni successivi, fino a raggiungere la metà del proprio valore nel giro di tre mesi.

Ora Twitter vale 31,4 miliardi di dollari. Ha un miliardo e rotti in meno in cassa rispetto a quanto avrebbe potuto raccogliere con l’IPO, ma attorno all’azienda c’è un grande WOW. Tutto come da previsioni. Resta solo da chiedersi se si tratti della strategia giusta. In fondo un miliardo in più in cassa non avrebbe fatto comodo? Evidentemente al quartier generale di Twitter considerano che la visibilità data da questa operazione porti maggiori vantaggi.

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