Negli ultimi giorni è una domanda che mi hanno fatto in tanti: si è davvero responsabili per un tweet o per un retweet?
Ci ho pensato molto, anche in queste ore – ché non bastano anni spesi su queste tematiche – partendo dall‘ennesima vicenda di applicazione del diritto ai fenomeni della rete, che ha visto protagonista il giornalista Gianni Riotta.

Non pretendo di conoscere alcuna verità – ci mancherebbe – che, oltretutto, se esiste, appartiene ai protagonisti della vicenda, né di entrare nel merito della narrativa dei fatti.
Quello che vorrei fare, invece, è qualche breve considerazione sull’uso delle parole in rete e sulla loro potenzialità.
Perché se ‘le parole sono importanti’ – e credo che almeno su questo ci siano pochi dubbi – in determinati contesti le stesse possono anche essere giuridicamente rilevanti.
La libertà di espressione – quella, a mio avviso ancora magistralmente contemplata dall’art. 21 della Costituzione – ‘soffre’ alcune eccezioni/limitazioni a tutela di altri diritti; e se, com’è ovvio, tweet e retweet sono forme espressive, veicolatrici di messaggi con specifico contenuto, allora porsi domande sulla loro ‘potenzialità lesiva’ è importante soprattutto in un contesto, quale quello della rete, dove resiste un senso diffuso di impunità.

Se con un mio tweet, allora, diffamo qualcuno, quid iuris?

Che sia uno scritto, una parola o un tweet, l’espressione dell’idea/opinione del soggetto può rientrare nella previsione dell’art. 595, comma 3 del c.p., che, nel punire la diffamazione quale offesa alla reputazione altrui nella comunicazione con più persone,  prevede l’eventualità che essa sia recata “… con qualsiasi altro mezzo di pubblicità”. Ed è indubbio che lo strumento Twitter sia idoneo a costituire un mezzo di pubblicità.
Non ritengo altrettanto intuitivo il caso del semplice tweet di un link, senza commenti/aggiunte dirette, o il caso del RT.
Nella prima ipotesi, potrei scegliere di linkare un articolo, per esempio, per esercizio del diritto di critica, di satira, o di cronaca: l’esempio che mi viene in mente è la mole  enorme di link ad un recente articolo apparso sul sito Pontifex, molti dei quali privi di commenti e non assimilabili in alcun modo a dei ‘like’.

E nel caso del RT?

Taluni sono partiti dalle policy di twitter a sostegno di un possibile endorsement costituito dal retweet, ma è pur vero che le policy non sono univoche, perché nelle Linee Guida ivi richiamate si precisa che “ritwittare qualcuno significa che pensi che i tuoi lettori dovrebbero vedere i loro tweet“. ‘Vedere’, a mio avviso, non può implicare approvazione tout court del contenuto, così come non lo implica il semplice atto di ‘condividere’.

Al di là delle policy, di fatto sono molteplici i casi di RT fatti con leggerezza – ieri li ho definiti ‘inconsapevoli’, nel senso di assenza di consapevolezza della loro potenzialità lesiva, e che forse un penalista definirebbe ‘non dolosi’. Ritwittare sulla parola, sulla notorietà, sull’affidabilità, sulla stima, sull’amicizia, spesso, molto spesso, senza aver visionato il link, o letto e compreso esattamente quello di cui si scrive, è ormai prassi diffusa.

Io stessa, frequentemente, giro ai miei followers articoli che mi hanno colpita, a volte in negativo, per stimolare la discussione.
Devo fare ammenda?
Sono rea io stessa?
Credo che l’assenza di sentenze, ad oggi, sulla diffamazione a mezzo RT – ci sono solo alcune notizie come questa, non italiane, e i cui casi sono stati definiti tramite transazione – sia sintomatica dell’esistenza di una fattispecie nuova, che, pure, poggia su solide e consolidate radici giuridiche.
In casi di tal tipo, infatti, sarà necessario stabilire quale sia stata l’intenzione di colui che ha ritwittato, e dimostrare l’eventuale dolo del soggetto, come nel caso di assenza di commenti a precedere o seguire il retweet.
Aspetto sentenze pilota in tal senso, per capire come si comporteranno tribunali e corti.
E, ovviamente, attendo di conoscere le vostre idee in merito.
A proposito, ora che fate…. mi ritwittate?

Foto: di Vectorportal – Fonte Flickr -Licenza CC.by 2.0