Un composito gruppo di attivisti ha pubblicato una lettera aperta a Microsoft per chiedere più trasparenza nella gestione dei dati personali su Skype: Open Letter to Skype riassume in cinque punti le richieste d’intervento sui termini del servizio, legate soprattutto alla cessione delle informazioni a programmi e applicazioni di terze parti. Una questione importante, considerando che Skype sostituirà Windows Live Messenger dal 15 marzo. Secondo me, il problema riguarda lo scarso tempismo dei sottoscrittori della lettera aperta.

Skype ha oltre 600 milioni di utenti, destinati ad aumentare quando sostituirà Messenger, e per quasi dieci anni nessuno s’è preoccupato della privacy. Pretendere più trasparenza oggi non proteggerà le conversazioni precedenti: io sono “paranoico”… non perché abbia qualcosa da nascondere, ma esigo un controllo pressoché totale di quanto pubblico a mio nome. Una delle ragioni che mi portano a detestare Skype e utilizzarlo giusto perché lo hanno tutti. È stato lo stesso con Messenger. Pensandoci prima, il problema non esisterebbe.

A costo di risultare impertinente, Skype non s’è inventato nulla: ha soltanto portato alle masse il PBX che è una tecnologia concepita negli anni ’50 per la comunicazione aziendale, già sul web dagli anni ’90. La semplicità d’utilizzo ha convinto i meno esperti ad affidarcisi senza preoccuparsi troppo della trasparenza e, a distanza di dieci anni, qualcuno s’è posto il problema. Equivarrebbe a urlare in una piazza affollata e stupirsi che gli altri possano ascoltare le proprie parole, un atteggiamento davvero poco intelligente.

La questione della privacy su Skype non è diversa da quella su Facebook o altri social network. Sciocco consegnare tutti i dettagli della propria vita a una società privata e gridare allo scandalo, scoprendo anni dopo che i dati personali sono stati utilizzati per la pubblicità: la piattaforma di Mark Zuckerberg è riuscita ad andare oltre, inventandosi degli apprezzamenti inesistenti, ma questo enorme potere gliel’ha consegnato l’utente sprovveduto. Pensare di correre ai ripari non è una soluzione perché il danno è stato fatto.

Alcuni servizi come Foursquare hanno rispettato gli utenti, avvertendo in anticipo dei cambiamenti, ma non significa che abbiano dato delle alternative. Oggi è impossibile ottenere quel controllo che anch’io gradirei avere sul web: l’unica soluzione è fermarsi a riflettere, prima di pubblicare qualunque cosa in forma pubblica o privata. Comprendo bene la difficoltà, nell’epoca della comunicazione in tempo reale, però non esiste una scappatoia. Condivido i punti della lettera aperta a Skype. Soltanto, non li considero risolutivi.

Non sono un giurista, anche se ho sempre sognato di fare l’avvocato, ma trasparenza e tutela sono due termini profondamente diversi. È stato chiesto a Microsoft d’illustrare la gestione dei dati personali su Skype, non di garantirne la protezione: se mi dicessero a chi li hanno ceduti e perché non potrei comunque evitare che li condividano in futuro o imporre loro di cancellare quelli già trasmessi a meno che non smetta d’utilizzare il servizio, un’opzione impossibile perché a causa della sua popolarità è diventato necessario.

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