La settimana scorsa ho pubblicato un articolo, che ha riscosso un discreto successo, riguardo all’arretratezza delle infrastrutture adottate dalla scuola pubblica italiana per la digitalizzazione. Forse, qualcuno ha pensato che fosse soltanto un intervento “sensazionalistico” per sminuire l’impegno istituzionale e intercettare lo scontento dei contribuenti… sempre disposti, soprattutto in Italia, a criticare l’operato del Governo. Non era quello l’obiettivo e, infatti, da professionista voglio offrire una soluzione sostenibile.

La pubblica amministrazione giustifica l’inadeguatezza delle infrastrutture, per via della mancanza di fondi: sappiamo che non è un’argomentazione valida, dal momento che il 59,73% dei finanziamenti europei alle Regioni è inutilizzato. Non è il problema maggiore, come non lo era l’acquisto delle LIM, perché la disponibilità economica – sebbene troppo limitata, rispetto al resto del mondo civile – della scuola pubblica italiana viene ogni giorno inutilmente sprecata. Perché? È soprattutto a causa dell’incompetenza di chi investe.

In Italia, tutti pensano d’essere degli esperti di computer — un po’ come succede ai mondiali, quando chiunque s’arroga il diritto di criticare il commissario tecnico della nazionale. Purtroppo, «le isole felici» dove i professionisti sono davvero tali non sono molte: ad esempio, prendiamo la creazione di laboratori informatici nelle scuole. Sapete che i Comuni investono attorno ai trenta/quarantamila euro per equipaggiarli? Ne basterebbero appena ottomila affinché fino a trenta studenti possano utilizzare un terminale cadauno.

In passato, ho saputo di colleghi che hanno chiesto addirittura seimila euro per una postazione completa. Duecento (per un computer dotato di schermo, tastiera e mouse) sarebbero sufficienti: i thin client sono dei terminali che eseguono un sistema operativo virtualizzato, da installare sul server della scuola, e costano meno di cento euro. Aggiungendo il prezzo dei dispositivi d’input e del monitor, difficilmente la cifra supererebbe il doppio. Alle scuole non servono necessariamente degli schermi in 4K da venti o più pollici.

Aggiungiamo la manodopera? Con diecimila euro ogni istituto potrebbe avere a disposizione un server con trenta thin client che corrispondono ad altrettanti computer per l’insegnante e gli studenti. Peraltro, questo genere di device è posizionabile sul retro del monitor — riducendo lo spazio occupato sulle scrivanie. Essendo compatibili con Linux, non servirebbe neppure acquistare una licenza cumulativa di Windows 8.1, che sovente richiede la metà del budget a disposizione. Perché non approfittarne? Qualche scuola l’ha già fatto.

Ho citato i laboratori informatici, ma lo stesso discorso è valido per quelli linguistici come nelle biblioteche o gli uffici amministrativi. Non è un modello sostenibile soltanto dalle scuole, ma da qualunque infrastruttura pubblica: Comuni, Province, Regioni, ecc. — abbattendo i costi della digitalizzazione del Paese. Milioni, anziché miliardi di euro per creare un ecosistema affidabile e sicuro. Secondo me, una distribuzione di Linux gestita dallo Stato e adottata da tutta la pubblica amministrazione completerebbe il quadro.

Photo Credit: Patrick Danowski via Photo Pin (CC)