In questi due giorni s’è parlato del ritorno di Stuxnet, un virus che colpisce le macchine a controllo numerico, in Iran: gli ingegneri avrebbero sventato un secondo attacco alle turbine, questa volta in Hormuzgan, evitando la compromissione delle centrali nucleari. La notizia è un po’ più complessa perché l’infezione risale agli ultimi mesi e non ha mai avuto la stessa gravità di quella riscontrata a Natanz nel 2010. Degli hacker, assunti dal governo iraniano, hanno saputo arginare il rischio di manomissioni agli stabilimenti.

Stuxnet tecnicamente non è un virus, ma un worm. A determinarne la pericolosità, comunque, sono i suoi effetti e non le definizioni: assunto il controllo del computer che le gestisce, Stuxnet è capace d’elevare la frequenza di lavoro delle turbine dei reattori nucleari per surriscaldarle arrivando anche a causare un’esplosione. Equivale grossomodo a riprodurre il disastro di Fukushima, provocato dal terremoto, con un semplice attacco informatico. Nel 2010, questo worm aveva già contagiato le centrali nucleari iraniane di Natanz.

Raccontando la storia di Stuxnet, il rischio di scadere nella teoria del complotto è elevato: che sia un nefasto risultato dello spionaggio industriale o della politica occidentale, è potenzialmente un’arma di distruzione di massa. Le informazioni ufficiose sulla nascita di Stuxnet parlano d’una collaborazione fra i governi statunitense e israeliano per boicottare l’accrescimento dell’uranio a scopi bellici in Iran e la recente approvazione incassata dal Gen. Mike Hayden, ex direttore della CIA, parrebbe avvalorare questa tesi.

Perché Stuxnet è tornato d’attualità? Avendo gestito per qualche tempo i rapporti politici col Vicino Oriente, senza entrare nello specifico della mia esperienza, potrei dilungarmi in un’approfondita analisi geopolitica. Ovviamente, non lo farò: meglio una breve sintesi. Tralasciando le opinabili teorie sugli aspetti religiosi, etnici, ecc.… Mahmud Ahmadinejad ha avviato un processo di rinnovamento dell’Iran che intende liberarsi dalla dipendenza economica dal petrolio. Le nuove centrali nucleari hanno soprattutto questo scopo.

Gli Stati Uniti non possono vedere di buon occhio questa “rivoluzione” perché il petrolio iraniano è una risorsa strategica per l’economia occidentale. Che Barack Obama, appena riconfermato, sia a favore delle energie rinnovabili non è sufficiente a escludere il problema. La crisi internazionale dei mercati finanziari è tutt’altro che alle spalle e il 2013 potrebbe riproporre un aumento del prezzo al barile: sondare la popolarità di un’eventuale guerra in Medio Oriente non sarebbe così stupido per l’amministrazione statunitense.

Stuxnet e i worm da esso derivati, peraltro, potrebbero sostituire un impopolare intervento militare. Messe in ginocchio le centrali nucleari, l’Iran sarebbe costretto ad abbassare il prezzo del petrolio per sanare i fondi pubblici: l’Occidente avrebbe lo sconto sul greggio senza aggredire uno Stato sovrano. Se esplodessero una o più centrali iraniane, difficilmente qualcuno avrebbe delle prove per accusare gli Stati Uniti o Israele oltre ad Ahmadinejad che non è noto per essere attendibile. Una teoria del complotto verosimile.

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