La stampa tridimensionale, una delle novità tecnologiche da seguire con attenzione nel 2013, non è soltanto un vantaggio per le startup: l’abbattimento dei costi nella produzione fai-da-te di gadget è sicuramente importante, ma non è paragonabile per importanza al progresso della medicina. Elettronica e informatica devono migliorare la qualità della vita degli individui… o restano dei futili divertissement. L’avventura di Liam, un bambino di cinque anni nato senza le dita della mano destra, è l’esempio perfetto per dimostrarlo.

Non m’interessano gli aspetti strappalacrime della vicenda: non sono un anchorman e non conduco un talk show televisivo da prima serata. Intendo, piuttosto, illustrare come la stampa 3D superi la dimensione delle cover dei Lumia. Robohand è una protesi che ha permesso a Liam d’affrontare le barriere architettoniche, è stata realizzata da Ivan Owen e Rich Van As con parti in legno e metallo. Il piccolo Liam non ha dovuto subire delle operazioni chirurgiche per un trapianto e questo progetto è immediatamente diventato open source.

Owen e Van As hanno già un lavoro e non intendono trarre profitto dall’invenzione. Robohand è di pubblico dominio: chi volesse riprodurla dovrebbe giusto scaricare gli schemi e costruirla da sé. Una rivoluzione dal basso che combatte quei brevetti tuttora registrati dalle case farmaceutiche. Immaginate quanti individui ne beneficerebbero e quali progressi potrebbe avere il progetto, col contributo della comunità. Il prototipo funziona… e permette a Liam di giocare a basket. Non è affatto una deprecabile “trovata” pubblicitaria.

Esperimenti del genere sono destinati ad aumentare esponenzialmente. Negli ultimi anni ho scoperto bastoni per ciechi e ipovedenti collegati ad Android e altre eccellenti tecnologie assistive. Robohand è appena l’ultimo d’una lunga serie di progetti collaborativi e open source a basso costo. Nello stesso periodo, la ricerca medica tradizionale è riuscita nel Regno Unito a stampare le cellule staminali con un metodo simile. Non me ne vogliate, ma preferisco parlare di queste innovazioni che della bulimia da app degli smartphone.

È incoraggiante che a sostenere quest’indirizzo non siano singoli ingegneri. L’Unione Europea, infatti, ha messo a disposizione 6€ miliardi per un supercomputer in grado d’emulare il funzionamento del cervello umano: figure professionali molto diverse tra loro collaborano, per concepire soluzioni tecnologiche che risolvano i problemi più degradanti. Le barriere architettoniche, al giorno d’oggi, potrebbero essere abbattute con estrema facilità. La scienza ha raggiunto un livello tale da garantire lo stesso stile di vita a tutti.

L’ostacolo maggiore, a costo di sembrare populista, è mentale: la logica del profitto e le visioni fortemente ideologizzate della società hanno castrato per anni il progresso della medicina. A quanto pare, internet ha aperto a delle conoscenze finora inaccessibili coadiuvando l’applicazione della tecnologia a problemi incontrati nella quotidianità. Le multinazionali non trarrebbero profitti da simili presidi? Li costruiscono gli hacker, che non sono mai stati quegli adolescenti brufolosi e anarcoidi descritti dalla televisione.