Le differenze tra Twitter e Facebook sono interessanti, ma minuscole e forse troppo sottili per il grande pubblico.

Prima di tutto, va detto che, almeno a mio avviso, tutti sono comunque sottomessi al modello Facebook, e da un bel pezzo (che ne siano consapevoli o meno), in quanto gli utenti si limitano solo ad usare i social, a giocherellarci, in quello che è una specie di videogioco continuo.
C’è troppa roba da fare, nei social network, e nessuno è portato a rifletterci su, nessuno ha voglia di pensarci, quindi l’opinione al riguardo viene espressa alla svelta e semplicemente: “Mi piace di più Facebook”, oppure “Non mi piace Twitter”.
Mi piace, non mi piace: Zuckerberg ha già vinto.

Twitter, ormai è evidente, è un social impostato sull’importanza del testo e del contenuto, insomma sull’essenza di ciò che si vuole dire al mondo. Jack Dorsey, prima di lavorare in Odeo e prima di inventare Twitter, giocherellava con un sistema di sms incentrati sugli status: non sulle foto delle vacanze o sul giro di amicizie esclusive, ma sui messaggi testuali puri e semplici, per cui Twitter produce inevitabilmente una certa selezione tra chi ha davvero qualcosa da dire e chi no, quindi ecco i giornalisti, ecco i blogger, ecco gli scrittori.

In Twitter ci sono comunque elementi cool e seducenti, per rendere il social accattivante e farlo piacere a tutti, ci sono i vip da seguire, il gossip e tanta robetta frivola, ma tutto poggia sull’importanza del contenuto: questo è il dato caratteristico, la cosa veramente tipica del social dell’uccellino, ed è questo che lo rende leggermente più elitario. Twitter piace a molti, è famosissimo, ma non è di massa come lo è Facebook.
In definitiva, se Twitter fosse un film, sarebbe uno di quelli con una bella regia e anche con ottimi effetti speciali; un film con tanta azione, e botte, e sparatorie come nella maggior parte dei blockbuster, ma con la differenza di una grande, potente, inimitabile filosofia a fargli da fondamento, e a dargli una certa classe.
Insomma, Matrix.

Facebook, invece, è nato dalla voglia che aveva Mark Zuckerberg di mettere la vita sociale del college in rete. Pensando alle tendenze che andavano per la maggiore nel 2004, il più giovane miliardario del mondo ha preparato un giocattolo virtuale modellato sui gusti dei giovani studenti (che sono gli stessi in tutto il mondo).
Zuckerberg non ha soltanto copiato l’idea dei gemelli Winklevoss, come si sa, ma ha copiato molto di più e molto bene: ha fatto un perfetto copia-incolla degli interessi dei ragazzi degli anni duemila che usano internet, rendendogli le cose più facili e dandogli la possibilità di farsi una pagina personale più semplice e accattivante di qualunque blog o sito, trasferendo poi nel social la voglia di incontrarsi, conoscersi e far vedere agli amici qualcosa di divertente per ridere insieme, foto, video, vignette, ecc, con la conseguente prevalenza di contenuti leggeri e poco impegnativi, da intrattenimento.

Zuckerberg, in effetti, è riuscito a copiare – e a fondere insieme a tutto il resto – soprattutto lo stile della tv generalista e il suo potere massificatore, traducendola in linguaggio social e facendole fare il salto generazionale e tecnologico.
Se Facebook fosse un film, quindi, sarebbe simpatico, un po’ trash e di sicuro successo; di poche pretese, ma che a modo suo segna un epoca; non esattamente un prodotto raffinato, ma comunque ben studiato per entrare nell’immaginario di una generazione, e restarci; un film che tutti hanno visto e che è universalmente piaciuto, anche se nessuno lo vuole ammettere per non sembrare un pecorone.
Insomma, American Pie.