Uno dei tormentoni della rete, a proposito di social network, è la totale assenza di memoria, e questa assenza è talmente vera che nessuno si ferma a rifletterci.
Nel social accadono una marea infinita di cose, di piccoli numerosissimi eventi dalla durata infinitesimale: grande quantità, grande velocità e grande irrilevanza. Tutto fa parte del mucchio e niente è importante, tutto avviene simultaneamente, è impossibile che tutti assistano allo stesso spettacolo e che ci sia un patrimonio di ricordi condiviso: il social non è concepito per questo.

Nel social network non c’è un programma mandato in onda e seguito dalla maggioranza: il social deve ricreare online un ambiente appunto ‘sociale’, cioè un ambiente dove ci sono tante persone che formano piccoli gruppi e parlano di cose diverse. La frammentarietà e la varietà sono le colonne portanti, perciò sono pochi i grandi spettacoli globali offerti dai social. Non capita tutti i giorni Obama che fa un tweet da 800000 retweet, o il Papa che si iscrive a Twitter, o il video del Gangnam Style: questi sono eventi eccezionali, che magari non segnano un epoca, ma una stagione o un anno si. Per tutto il resto, il social è un grosso contenitore senza memoria.

Da un lato, abbiamo tutti la tecnologia e la comodità per immortalare qualunque istante con differenti media, con una foto, con un filmato, con uno status, e abbiamo anche un pubblico piccolo o grande con cui condividere questi contenuti. Dall’altro lato, però, non abbiamo una memoria adeguata per convertirlo in storia: nel social tutti hanno qualcosa da fare, contribuiscono al sistema, si muovono, agiscono e interagiscono continuamente, assomigliando così, più che a una comunità di esseri umani, a un formicaio.

Ora, restando sul pratico, possiamo ricavare qualcosa di utile, da questo fatto?
Ovviamente si. Intanto, nei social ha molto senso riproporre gli stessi contenuti. A volte mi capitano dei followers infastiditi dal fatto che io riproponga delle vecchie frasi o foto; posso capire benissimo il fastidio, ma in realtà è perfettamente logico farlo: i followers non sono tutti sempre presenti, ad aspettare che tu scriva qualcosa, e in un dato momento alcuni ti leggono, altri no. Il pubblico del social è un fiume che scorre e l’evento globale non esiste, quindi lo stesso tweet riutilizzato una settimana dopo, ma anche un giorno dopo, ma anche un’ora dopo, trova un pubblico diverso.

Inoltre, la mancanza di memoria del pubblico può anche aiutarci a recuperare eventuali figuracce o cadute di stile. Hai scritto qualcosa che ti ha messo nei guai? Hai copiato una frase di altri? Hai sbagliato un congiuntivo e qualcuno se ne è accorto? Nessun problema: non rispondi alle lamentele e alle provocazioni, cancelli lo status e aspetti un po’. Se tu per primo non alimenterai la vicenda, la notizia non si diffonderà, e mezz’ora dopo molto probabilmente non se ne ricorderà più nessuno. Certo, con uno screenshot a tradimento potrebbero metterti comunque nei guai, ma in ogni caso puoi diminuire l’entità del danno tenendo un basso profilo, e puntando sulla sempre affidabile mancanza di memoria del social.

Infine, aggiungiamo una lettera a ‘social’ e allarghiamo il discorso al sociale: se davvero è possibile sfruttare la mancanza di memoria del social network, questo dovrebbe farci fischiare le orecchie. Essere azione pura, essere sempre in movimento, sempre a testa bassa a fare qualcosa, senza esserci davvero con la testa, può essere una debolezza che qualcuno può sfruttare a suo vantaggio: la mancanza di riflessione e di memoria può rendere vulnerabile il singolo, ma soprattutto la massa. Magari finora non l’avete pensato, ma c’è un altro grande tormentone che si lega benissimo con questo discorso: l’Italia è un paese senza memoria, dicono.
E gli effetti si vedono.