Il design è un processo creativo e iterativo di problem solving. È questa la definizione usata ieri da Vincenzo Di Maria per raccontare ai partecipanti del Blank Disrupt le nuove esigenze di chi oggi è chiamato a “disegnare” non più oggetti concreti che toccheremo poi con le nostre mani, ma prodotti e servizi “digitali” con i quali interagiremo in maniera virtuale. Se le città del futuro saranno smart molto dipenderà da come verranno disegnate mi ha spiegato Vincenzo in una lunga chiacchierata a margine dell’evento.

Le variabili fondamentali del design sostenibile

Il tema principale del talk era quello del design sostenibile, o per meglio dire design per il mondo reale. Design significa prendere le decisioni giuste, sottolinea spesso Vincenzo. Secondo lo schema che ha presentato gli strumenti per andare in questa direzione sono essenzialmente tre:

  • empatia, senza la quale è impossibile realizzare innovazioni sociali;
  • creatività, determinante nell’orientare il processo di pensiero connesso al design;
  • strategia, ancorata alla visione imprenditoriale del prodotto.

Il modello del social design

Il modello proposto da Vincenzo affonda le proprie radici in un libro di Victor Papanek di metà del secolo scorso: Il design è uno sforzo cosciente e intuitivo per imporre un’ordine significativo scriveva Papanek. Vincenzo oggi è un esperto di service design, una cosa che potrei definire, cosciente di peccare, come il tentativo di risolvere problemi attraverso la promozione di un’innovazione sociale. Ha scelto come base Ragusa, ma lavora con clienti nei principali hub del mediterraneo.

Quello che fa Vincenzo è definito social design, ma non è una cosa che ha a che fare con i social network, anche se è figlio della stessa generazione. Il social design si poggia su tre pilastri: le persone, ossia l’aspetto sociale, l’ambiente, vale a dire l’attenzione al pianeta su cui viviamo, e l’economia, perché chiaramente l’aspetto economico non può comunque essere perso di vista.

L’approccio social al design

Ecco dunque quali sono gli aspetti che determinano un approccio social al design:

  • il focus sulla socialità che richiede una maggior attenzione all’utente in quanto persona;
  • la responsiveness, perché il social design che deve dare una risposta a bisogni sociali prima ancora che economici;
  • essere replicabile è una conditio sine qua non, perché questo tipo di attività non deve limitarsi a risposte effimere, ma tendere a creare modelli;
  • collaborativo: il designer non deve più lavorare da solo, ma è chiamato a instaurare un dialogo con stakeholder e utenti;
  • visuale, capace cioè di coinvolgere visivamente gli utenti, creando con loro un rapporto che vada al di là della necessità, implicando un piacere nell’uso;
  • iterativo, secondo un processo che prevede prototipazione, test, fallimento e riprogettazione a ciclo continuo;
  • innovativo, o meglio disruptive, capace di creare nuove esperienze a partire dall’esplorazione di quello che gli gira attorno e spingendosi alla scoperta di quello che c’e altrove;
  • impattante e misurabile, perché questo tipo di processi richiede che sia possibile verificare l’impatto sociale di quanto progettato.

Un ottimo esempio di social design è quello delle sedie qui sopra. Design contro il crimine si chiama questo filone: offrire uno strumento per bloccare le borse alle sedie o al tavolo è un’idea così geniale che non capisco perché queste sedie non stiano già in tutti i bar.

Innovatori sociali

Take away: viviamo in un’epoca in cui il passaggio da prodotti concreti a beni e servizi intangibili* è oramai compiuto, ma da parte del mondo delle aziende e dalla maggior parte dei designer non è stata ancora proposta un’evoluzione adagiata. Oggi sta (anche) ai designer tramutarsi in innovatori sociali. Qualche utile consiglio, non solo per i designer, non solo per gli innovatori, ma buono per chiunque di noi, lo potete trovare nel post relativo al workshop di Ralph Weickel che ci ha spiegato come rendere disruptive la nostra vita.