Ieri, a Fieramilanocity, è stato inaugurato SMAU 2013: il cinquantesimo anniversario dell’evento – nato per mostrare le novità sui mobili da ufficio – è stato aperto nel ricordo di Marco Zamperini, scomparso a Milano la settimana scorsa. Il convegno d’apertura è stato molto emozionante, nei primi minuti, proprio per la proiezione d’un montaggio che lo riguardava. Anch’io ho conosciuto Marco e rivedere dopo cinque anni la figlia Rebecca, salita sul palco, è stato toccante. Il tributo a Funky Professor riassume l’intera edizione.

Quest’anno c’è qualcosa di “malinconico”, a SMAU 2013, che prescinde dalla grande tristezza per la perdita d’un uomo del calibro di Zamperini. Ascoltando le conversazioni dei visitatori è percepibile un profondo senso di delusione che – avendo seguito l’evento già dal lontano 1995 – io riscontro da diverso tempo: l’entusiasmo degli anni ’90 è del tutto scemato e addirittura Pierantonio Macola, Amministratore Delegato di SMAU che dal 2003 cerca di riportare la manifestazione ai livelli del passato è stato costretto ad ammetterlo.

Il «modello della fiera» è in crisi perché esistono altre forme d’incontro tra i professionisti: io non credo che SMAU – sempre più ridotto – abbia soltanto quel problema. Non sono le presentazioni trasmesse in streaming ad allontanare i visitatori, bensì le promesse disattese delle istituzioni. Lo scorso anno, ad esempio, la parola-chiave dell’evento era Smart City. Cos’è cambiato in dodici mesi? Nulla, appunto. Le nostre città hanno ancora le strade dissestate e la banda larga non funziona a dovere come nel resto dell’Europa.

Macola, appoggiato da Alvise Biffi di Assolombarda, ha delineato un modello d’integrazione di startup e industrie che condivido pienamente: il problema è trasmettere il messaggio a quelle stesse istituzioni che espongono a SMAU. Il Comune di Varese – nel quale risiedo – è tra i finalisti dello Smart City Roadshow e, benché applauda l’attivazione della Near Field Comunication (NFC) da parte d’alcuni esercenti, a rappresentare il cambiamento sarebbero dei totem interattivi che giacciono inutilizzati per le vie del centro storico.

Il problema non è lo SMAU, ma la politica italiana. Tanto Macola, quanto Biffi hanno ribadito l’appello alla pubblica amministrazione affinché aiuti gli imprenditori: le nostre startup non sono come quelle statunitensi — e non è affatto un’accezione negativa. Costituiscono quei laboratori di ricerca e sviluppo che le PMI non possono permettersi. Collaborando coi rappresentanti dell’industria tradizionale, sarebbero capaci di proiettare l’artigianato da protagonista nella globalizzazione. Ammesso d’essere sostenute dalle Regioni.

È Andrea Rangone della School of Management del Politecnico di Milano a rafforzare la mia tesi: l’Agenda Digitale, che in Italia non è ancora stata ratificata, è tutta incentrata sulla PA e non coadiuva la “crescita” delle startup. Le Regioni ridistribuiscono alle PMI giusto il 40,27% dei ottantasette miliardi ricevuti dall’Unione Europea. Un «innovation divide» che porta le aziende italiane a investire meno della metà degli altri paesi in ricerca e sviluppo. Soltanto il 4% utilizza l’e-Commerce, ma l’obiettivo europeo è del 30%.