Erica Ogg è intervenuta, venerdì, su GigaOM per affermare un concetto che condivido: gli smartwatch – e il wearable computing, più in generale – devono cambiare “qualcosa”, per non diventare soltanto l’ennesimo schermo portatile. Dovrebbe essere un’affermazione scontata, ma non tutti i produttori se ne preoccupano. Essendo abbastanza perplesso dagli smartwatch, ho sempre posto un interrogativo che la Ogg ha confermato. Quanto sarà utile ricevere la stessa notifica da due o tre dispositivi contemporaneamente? Poco, in apparenza.

Sappiamo che i principali produttori di device pensano di produrre uno smartwatch nei prossimi mesi, ma quanti hanno pensato alla loro utilità? Da quando sono state divulgate le prime indiscrezioni su iWatch, i concorrenti di Apple sono stati costretti a rincorrere un dispositivo che – almeno, per il momento – non esiste. Sia mai che Cupertino riesca a monopolizzare un altro segmento di mercato! Sì, però nessuno ha ancora risolto i problemi endemici al nuovo gadget. Com’è possibile rendere efficaci le notifiche degli smartwatch?

Fortunatamente, gli sviluppatori hanno iniziato a porsi il problema: le notifiche push in sé non sono sufficienti. Phil Libin – il CEO di Evernote, interessata a produrre i propri device – sostiene che gli smartwatch non debbano sovrapporsi agli altri dispositivi, replicandone le funzionalità. Già, mi domando “come”. Possono cambiare le dimensioni degli avvisi, ma suoni e vibrazioni sono risorse consolidate. Produrranno degli orologi che spruzzano un getto d’acqua per avvertire l’utente dei nuovi eventi? Lo ritengo improbabile.

Photo Credit: Kārlis Dambrāns via Compfight (CC)