Se ci fosse da lanciarsi in una crociata contro la moda dei selfie, io mi sono sempre reso disponibile a partire in prima linea – con tanto di stendardo – alla carica. Scattarsi una foto, per lo più sorridenti o producendo smorfie ridicole, e postarla sui social mi è sempre parsa una pratica narcisista ed in generale solo un modo per sfruttare la bellezza fisica ai fini di guadagnare followers allupati.

Però ci sono delle eccezioni, come dico sempre a chi mi domanda lo stato della pratica di Fidel Castro: nei giorni scorsi il vice premier turco Bülent Arinç, durante un meeting, ha tuonato contro le ragazze del suo paese, a suo avviso coinvolte dalla dirompente corruzione della moralità che attraversa anche la Turchia. Una donna casta, secondo lui, non dovrebbe ridere in pubblico: facendolo apparirebbe troppo provocante: ha spiegato che queste dovrebbero aspirare ad un ideale di castità, arrossendo e chinando pudicamente il volto, volgendo lo sguardo altrove quando sono osservate.

Le ragazze turche sono rimaste molto colpite dall’arringa del vice premier, ma non proprio come si aspettava ed in centinaia hanno dato via ad una protesta su Twitter pubblicando dei selfie in cui si ritraggono sorridenti appunto con gli hashtag #kahkaha (ossia ridere) e #direnkahkaha (resistere e ridere).


Viene da domandarsi: che valore può avere una protesta messa in atto in un luogo virtuale come la rete? In certi casi, come questo, può essere più efficace di una classica protesta di piazza: l’iniziativa – nata da pochi click – ha infatti avuto una grande risonanza mediatica, tanto che i media di tutto il mondo ne hanno parlato. Nel mondo globale dove viviamo anche la nazione più chiusa su stessa deve fare i conti con l’opinione che le altre hanno di lei e la rete gioca un ruolo importantissimo. Non a caso nei regimi più duri è la prima cosa che viene censurata.

Cordialità,
Il Triste Mietitore

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