Quando ho visto il prototipo e le prime immagini del Galaxy Gear non volevo crederci: mi immaginavo qualcosa di estremamente discreto, seppur in linea con il design di Samsung, e invece mi sono trovato davanti una vera e propria padella dotata di touchscreen e connettività, con le presunte specifiche di cui abbiamo già parlato. Il Samsung Galaxy Gear, quindi, è scartato dalla lista dei miei prossimi acquisti, a meno che non venga rivisto.

Le feature hardware sono anche abbastanza interessanti: almeno Samsung ha pensato bene di includere una fotocamera, che fa il paio con le app social già integrate nel software, il quale porta con sé insieme a queste applicazioni anche le funzionalità di log delle chiamate, e una serie di applicazioni per l’health tracking da non sottovalutare. Stare troppo fermi, o troppo in movimento, o dormire troppo poco, quindi, diventerà presumibilmente un ricordo del passato.

I problemi sono due: il primo è che sostanzialmente come health monitor il Jawbone Up che mi ha fatto vedere Marco Usai è molto meglio, e molto più discreto. Il secondo è che, diamine, il Galaxy Gear è un oggetto che non riesce ad attirarmi per via delle sue dimensioni; immagino tra gli asiatici spopolerà per via della crescente percentuale di otaku, ma qui, dove anche i Google Glass sono palesemente roba da nerd come ci scrive Silvio Gulizia, una piastrella simile sul polso potrebbe decretare la fine della vita sociale di un individuo.

Un altro elemento che dovrebbe disincentivarci dall’acquisto? Samsung vuole tagliare fuori Google dal suo business attraverso uno store di app privato. Certo, Google Play non è prontissimo per un form factor simile, ma questo non significa nemmeno che ci sia una sorta di divieto di collaborazione. No?

Photo credits: VentureBeat