Rocket Fuel è una DSP che aiuta le imprese a posizionare le proprie campagne pubblicitarie sul web: essenzialmente, analizza – con un sofisticato algoritmo d’indagine dei «big data» – le reazioni dei consumatori alla pubblicazione online di banner e altre forme di advertising come i video, ottimizzando gli investimenti. Fondata nel 2008 negli Stati Uniti, è attiva in Italia dal 7 luglio dove operano quattro dei cinquecentododici dipendenti assunti nel mondo che il Country Manager (CM) Enrico Quaroni ha presentato ieri a Milano.

Durante la presentazione sono stati trattati dei temi tanto interessanti, quanto orientati a un pubblico di professionisti del marketing: sarebbe inopportuno riportare tutti i contenuti dell’evento, ma ritengo che i servizi di Rocket Fuel siano d’interesse generale su due argomenti — ovvero, gli aspetti tecnici dell’algoritmo d’analisi delle campagne e la tutela della privacy del consumatore. Specie perché l’azienda dialoga direttamente con gli ad exchange di Facebook e Google che distribuiscono l’80% della pubblicità su mobile.

George John, Chief Executive Officer (CEO) e co-fondatore dell’azienda, ha lavorato presso la NASA — non sappiamo a quale titolo, ma partecipando alla ricerca per l’esplorazione di Marte: l’idea di Rocket Fuel è nata proprio lì, mentre John sviluppava un algoritmo sui «big data». Potete immaginare quanto sia sofisticato un software concepito per l’ingegneria aerospaziale. In particolare, è sufficiente un numero perché Rocket Fuel impiega appena 11μs a processare enormi volumi di informazioni e riadatta le campagne ogni 15 min.!

Per inciso, in media un professionista è capace di ridefinire una campagna ogni due ore. Non è soltanto una questione di tempo: è importante «cosa» analizzi Rocket Fuel. Diversamente dalla profilazione più tradizionale, l’algoritmo considera una serie di informazioni aggiuntive – quali il tempo atmosferico – che concorrono a suggerire le strategie da adottare. E, soprattutto, non invade la privacy del consumatore perché non registra i dati personali. Rocket Fuel non ha bisogno dell’anagrafe, poiché il focus è sui comportamenti.

L’algoritmo non analizza un segmento specifico d’utenza, ma incrocia i dati acquisiti per valutare quali sono i comportamenti più ricettivi: una casalinga non navigherà mai sul web all’ora di pranzo, avendo giusto due mani a disposizione. Rocket Fuel lo considera e acquista le pubblicità nel momento migliore. Magari, però, quand’è ai fornelli potrebbe guardare la TV… e i gli stessi risultati della campagna online aiuterebbero le imprese a ottimizzare delle strategie di marketing cross-mediali offline. Non è certo “fantascienza”.

Rocket Fuel “impara” dal principio a ogni nuova campagna e, per avere dei risultati soddisfacenti, l’investimento in CPM non può scendere sotto le sei settimane: i contratti stipulati coi clienti variano da tre mesi a un anno. Non è una soluzione sostenibile per artigiani ed esercizi commerciali, ma in Italia potrebbe raggiungere le piccole e medie imprese. Non lavorando nel settore – oltre ad affascinarmi dal punto di vista tecnico – applaudo la partecipazione ad AdChoice che tutela la trasparenza e la privacy dei consumatori.