Ho appena terminato una chiacchierata molto interessante con Riccardo Donadon, fondatore di H-Farm e ospite dell’edizione autunnale di Codemotion che Leonardo.it ha deciso di seguire in quel di Roncade. In sette anni H-Farm ha investito 13 milioni di euro e incubato 37 startup e oggi ha alle spalle 7 exit e 7 fallimenti. Nel 2012 H-Farm ha ricevuto 1000 proposte di finanziamento e ne ha scelte dieci. Il prossimo anno però saranno il doppio. Ecco alcuni spunti dalla nostra chiacchierata.

Le startup sono diventate come i pitbull di qualche anno fa, non credi?
Si è configurata la tempesta perfetta in un certo senso grazie alla crisi. L’economia ha necessità di forti stimoli, ma attenzione a non coprire con il folklore questo fenomeno.

Cos’è H-Farm oggi?
Un luogo con un’identità forte e un’energia diffusa. Abbiamo l’ambizione di far nascere un distretto e stiamo per raddoppiare gli spazi.

Stanno nascendo incubatori e acceleratori ovunque: che senso ha stare qui nella campagna veneta?
Abbiamo un turn over vicino allo zero. Stiamo costruendo un luogo geek che vuole ragionare in un’economia di servizi nuovi. Qui ci sono persone che ci credono, che hanno lasciato la città per venire in mezzo ai campi e quest’energia ci permette di costruire cose nuove. In Italia possono sorgere altri cinque o sei progetti come questo, non di più, perché non c’è un grandissimo mercato. Con troppi luoghi avremmo minor visibilità internazionale, mentre abbiamo la necessita di una contaminazione più forte con l’estero. Si tratta di un investimento a tendere perché il nostro Paese non è ancora pronto, manca ancora un’economia in cui i grandi gruppi cercano di comprare startup.

Be’, si può vendere all’estero come ha fatto per esempio Job Rapido, no?
Certo. Noi oggi stiamo spingendo molto in questa direzione e siamo stati inseriti da TechStars come rappresentante europeo nel Global Accelerator Network, un’alleanza di operatori che lavorano nel mondo delle startup a livello internazionale. Siamo gli unici italiani.

Insisti molto su questo concetto dello spazio fisico. Qual è la cosa più importante di H-Farm?
La serra dove si mangia. Il nostro bar. Qui gli startupper si incontrano per mangiare o per il caffè e poi si siedono e si scambiano informazioni per risolvere problemi comuni. Qui c’è un’altissima esposizione al business e sarà un’esperienza ancora migliore con H-Camp.

Che sarebbe H-Camp?
Il prossimo anno porto qui 20 startup e le finanzieremo. Un terzo vorrei che arrivassero dal resto del mondo. Per tre mesi le incuberemo offrendo vitto, alloggio e mentoring. Poi cercheremo di aiutarle a muoversi. Qui siamo fortissimi sulla user interface per esempio, ma se una startup ha necessità di gestire molto traffico le consiglieremo di passare da Nana Bianca a Firenze dove sono bravissimi in questo. Le startup devono corrono, spostarsi nei vari posti dove ci sono operatori di qualità, anche perché di solito non investiamo da soli, ma insieme ad altri.

Portare qui startup straniere giova solo a voi o anche agli startupper?
C’è anche una motivazione sociale perché la contaminazione porta un guadagno in termini di competenze, adrenalina e visione. Noi dal punto di vista economico tutto sommato stiamo bene rispetto ad altri paesi dove sono più affamati.