Mashable, TechCrunch e The Next Web sono soltanto alcune delle testate statunitensi o internazionali che nell’ultimo periodo hanno aggiornato il layout del proprio sito adottando il responsive design: semi-tradotto in italiano come design responsivo, è un approccio alla creazione d’interfacce-utente adattabile a varie risoluzioni. In termini molto più semplici, permette d’ottenere la migliore visibilità a prescindere dalla dimensione dello schermo. Un’esigenza imposta dall’enorme popolarità di tablet e smartphone fra i lettori.

Il responsive design è sempre esistito, ma è stato rivalutato negli ultimi cinque o sei anni perché il web è uscito dai monitor dei computer per approdare a un numero sempre maggiore di device. Non è soltanto una questione di dimensioni perché i parametri da considerare sono molteplici: oltre alla risoluzione, gli schermi hanno densità di pixel diverse. Pensate ai Display Retina. Per visualizzare un’immagine da 60×60 pixel sui recenti iPad, iPhone, iPod Touch, ecc. i designer devono crearne una che sia esattamente 120×120 pixel.

Su Android la situazione si complica, perché i dispositivi sono suddivisi in quattro classi diverse sulla base della densità dei pixel, oltre alla risoluzione del monitor. Credetemi, un web designer deve impazzire per creare un layout navigabile da tutti: ogni browser, peraltro, interpreta a modo suo il codice dei Cascading Style Sheet (CSS) che regolano la visualizzazione dei contenuti. È il motivo per cui molti siti, soprattutto italiani, tuttora non sono stati aggiornati e perciò risultano illeggibili da tablet e smartphone.

Non ho ancora parlato di HTML5 perché, nella circostanza, non c’entra proprio nulla. Ad aiutare i designer nell’impresa sono delle soluzioni in JavaScript che effettuano automaticamente i calcoli necessari ad adattare le proporzioni. Il rischio del responsive design, però, è quello d’orientarsi troppo al mobile e di sacrificare il desktop: degli esempi che ho citato in apertura, TechCrunch è di sicuro il peggiore. Se non è visitato da tablet o smartphone, il sito appare inutilizzabile. Mashable e The Next Web sono fatti meglio.

Un altro problema da affrontare riguarda i dispositivi d’immissione: un conto è navigare con mouse e tastiera, un conto il multi-touch. Ecco perché i trend del responsive design portano a creare delle barre di navigazione fisse nella parte superiore e inferiore dei siti. I link testuali sono troppo piccoli per le dita, quindi aumenta il ricorso alle icone e ai box cliccabili. Come dicevo, questo approccio mobile-first penalizza desktop e laptop che hanno caratteristiche agli antipodi. Esiste, forse, una soluzione di compromesso?

Beh, ne esistono molte. La più quotata, nelle ultime settimane, prevede d’inserire un’opzione per escludere selettivamente il responsive design e ripristinare un’interfaccia orientata al desktop. Io, invece, suggerirei di creare un’applicazione dedicata anziché preoccuparsi troppo della navigazione in mobilità: aprite più spesso il browser oppure le app per iOS o Android con tablet e smartphone? Se un web designer è davvero bravo, riesce a predisporre entrambe queste soluzioni lasciando la scelta ai visitatori. È un lavoraccio.