A metà ottobre Instagram ha lanciato la pubblicità. Le ad sono apparse sotto forma di post (quindi di immagini più didascalia nel caso di Instagram) all’interno dei feed degli utenti (per il momento) americani. Sul fatto che questo modello fosse scopiazzato da Twitter senza farne troppo segreto e di quanto poco originale fosse l’idea proposta da Emily White, arrivata da Facebook come direttore delle Business Operation, ho già detto la mia.

Ma forse mi sbagliavo. Un paio di giorni fa infatti è uscito uno studio condotto da Simply Measured che dimostra come nell’ottenere engagement il metodo di diffusione dell’advertisment sia molto più importante dell’ecosistema in cui si diffonde… ma come vedremo subito l’ecosistema Instagram ha fortemente condizionato il metodo. La startup di misurazioni statistiche con base a Seattle ha infatti messo a confronto due campagne pubblicitarie commissionate dal mondo dell’automotive: quella di Lexus sui social ads di Instagram e quella di Toyota che ha invece scelto Google+ che ha da pochissimo lanciato i social post denominati +Post.

Dall’analisi risulta evidente come Instagram ha vinto su tutta la linea (si vedano i dati riportati in immagine di copertina). Il dato interessante è che pur potendo beneficiare di 194 mila utenti (il numero degli utenti nella sue cerchie G+), la campagna di Toyota ha scatenato molto meno engagement di quella di Lexus che invece partiva da una base di 54 mila follower su Instagram (quasi quattro volte di meno).

Ma perché Instagram apparentemente ha fatto meglio?

A prima vista potrebbe sembrare che il pubblico su Instagram sia molto più coinvolto e più vasto di quello di Google+. Ma anche se questo fosse vero, ciò non spiega l’enorme differenza ottenuta in percentuali di crescita; la foto pubblicizzata di Lexus ha ottenuto più di 200 mila like!… numeri che ottengono solo le foto sul profilo @instgram che però conta ad oggi più di 53 milioni di follower.

Ma gli analisti di Simply Measured arrivano alla conclusione che il driver principale è stata la differenza di metodi con cui si è cercato di innescare la viralità della promozione. Infatti Google+ permette ai propri utenti di dare il +1 (il corrispettivo del Mi Piace di Facebook) commentare e condividere ri-postando. Instagram invece permette solo di dare il like e di commentare. Il fatto di poter condividere ri-postando su Google+ fa si che il post di partenza non sia più connesso all’autore originale e così capita anche alle metriche di engagement che si innescano grazie alla ri-condivisione.

Instagram invece non permettendo la ri-condivisione fa si che il brand mantenga in casa tutto l’engagement e che questo si trasformi in aumento dei follower, dei like e dei commenti; quest’ultimi non tutti positivi, per la precisione, ma come ha fatto giustamente notare un utente “mentre si sono circa 7.000 di voi che si lamentano sotto questa foto delle ad, ci sono circa un quarto di milione di persone che hanno dato il like.”

Non sappiamo ancora se i ragazzi di San Francisco abbiano più senno o più fortuna (ricordiamoci che Kevin Systrom prima di lanciare Instgram aveva detto no ad offerte di lavoro in Facebook e Twitter allora startup in fase embrionale) ma di certo ora capiamo perché Instagram non ha mai rilasciato nella sua app la possibilità di ri-postare una foto come invece permette di fare Twitter con i messaggi da 140 caratteri.