Il cloud gaming non è un futuro possibile per i videogiochi: lo sostiene Andrew Cunningham su Ars Technica e, personalmente, sono abbastanza d’accordo. Potrebbe essere addirittura il presente, se soltanto non fosse insostenibile dal punto di vista tecnico. Cunningham è arrivato a questa conclusione analizzando l’offerta di NVIDIA, che include due soluzioni differenti, delle quali giusto l’ultima è credibile. GRID è un sistema di server rack in cloud computing, Project SHIELD una console portatile con Android che dialoga col PC.

GRID prevede una configurazione da 10 server per rack che supportano 240 utenti connessi contemporaneamente. Facendo un rapido calcolo, affinché tutti gli acquirenti di Kinect Adventures! possano giocare nello stesso momento servirebbero 100.000 installazioni. Il titolo d’esempio ha venduto 24 milioni di copie. Un’infrastruttura simile avrebbe dei costi esorbitanti: aziende delle dimensioni di Microsoft potrebbero investirli, andando comunque in perdita. Perché azzardare un passaggio al cloud gaming per generare del malcontento?

L’altra proposta di NVIDIA, Project SHIELD, s’appoggia a un meccanismo equivalente senza “spostare” la computazione nella cloud. Connessa al PC, la console riproduce i videogiochi elaborati dal desktop: utilizza la potenza di calcolo parallelo fra CPU e GPU, permettendo all’utente di giocare a titoli che non potrebbero funzionare su tablet e smartphone con Android. È una specie di cloud gaming domestico dove, però, GRID è sostituito dal proprio computer. Almeno per il momento, questa sembra essere un’intuizione più ragionevole.