Nelle ultime settimane il Digital Rights Management (DRM) è stato criticato per i problemi degli utenti di SimCity che non riescono a giocare. Come sottolinea Ian Hickson su Google+, le limitazioni del DRM sono numerose: i distributori di contenuti sostengono che la tecnologia serva a bloccare la pirateria informatica, ma non è affatto così. Gli esempi portati da Hickson dimostrano che l’adozione del DRM penalizza soprattutto i broadcaster come YouTube e non apporta benefici alla lotta contro la pirateria. Perché implementarlo?

Hickson cita esplicitamente alcune società che operano nella distribuzione dei contenuti. Eviterei di nominarle, perché il problema è globale: il DRM non è utilizzato soltanto dalle aziende menzionate dal dipendente di Google e riportarle sarebbe una pubblicità negativa fuorviante, considerando che i loro diretti concorrenti adottano le stesse soluzioni. Il concetto che dovrebbe passare riguarda, piuttosto, l’inefficacia del DRM nel prevenire la pirateria informatica. Pubblicare le tracce dei DVD in peer-to-peer è semplicissimo.

Non è altrettanto facile, invece, ottenere il controllo della riproduzione dei DVD acquistati. Tutti i player sul mercato devono garantire il riconoscimento del DRM e comportarsi di conseguenza: in pratica, se il distributore impone della pubblicità l’acquirente non può saltarla col telecomando. Parlando di streaming o comunque d’acquisti effettuati sul web, il produttore è in grado d’impedire la riproduzione dello stesso contenuto su dispositivi diversi da quello predefinito. Potreste essere costretti a guardarlo sul computer.

Perché dovrei acquistare o noleggiare legalmente un contenuto in streaming oppure su DVD ed essere costretto a utilizzarlo come pretende il distributore, se posso scaricarlo gratis da BitTorrent e bypassare tutte le limitazioni? Una domanda che i produttori non vogliono porsi. Per com’è concepito, il DRM favorisce la pirateria che vorrebbe combattere: Hickson, col sottoscritto, «sfonda una porta aperta»… riuscirà ad attrarre l’attenzione di chi boicotta la fruizione dei propri contenuti? Purtroppo, io sarei portato a dubitarne.

Hickson parla di film e serie televisive, abbiamo visto che il problema riguarda anche i videogiochi e altri contenuti dalla musica ai documenti ipertestuali. Il SXSW di Austin distribuisce i brani degli artisti presenti all’evento, gratuitamente e senza DRM, già dal 2005. Otto anni non hanno cambiato le abitudini dei content provider che anziché abbandonare queste restrizioni vorrebbero adottarle anche in HTML5. Le major non imparano mai dai propri errori: preferiscono intentare delle cause milionarie a The Pirate Bay e affini.

Il DRM è ancora una risposta efficace alla pirateria informatica? Beh, in realtà non l’è mai stato. Perché, allora, ostinarsi a implementarlo? La risposta è tanto semplice, quanto struggente: i distributori vogliono “spremere” gli acquirenti al massimo, costringendoli ad acquistare più copie dello stesso contenuto perché sia fruibile da diversi dispositivi. Un modello di business che i consumatori non hanno mai assecondato. Acquistereste mai lo stesso film in DVD, streaming ecc. dopo averlo già guardato anche al cinema? Io, no.

Photo Credit: Gavin Baker via Photo Pin (CC)