Corriere.it e Repubblica.it da gennaio dovrebbero essere a pagamento. Si parla da tempo di una formula simile al paywall del New York Times. L’utente può leggere fino a dieci notizie gratuitamente sul sito. Poi paga. A meno che all’articolo in questione non ci arrivi tramite un social network certificato. Quando si è diffusa la notizia che CorSera e Repubblica potrebbero seguire questa strada, tutti si sono messi a ridere. Chi se lo farà mai l’abbonamento a questi giornali quando quello che scrivono lo si può leggere altrove gratis?

Certo se anche gli altri giornali on line passassero al paywall forse qualcosa potrebbe cambiare. La lobby degli editori d’altra parte in qualche modo deve agire perché la pubblicità on line non paga. Cioè sì, paga ed è in forte crescita (+12% nel 2012, Sole24Ore), ma non consente di raggiungere le stesse cifre delle inserzioni distribuite tramite i media tradizionali.

Io credo che i giornali on line a pagamento siano una buona cosa. Certo però prima di metterli a pagamento vanno rivoltati come un calzino. Hanno la necessità di essere più ricchi di prodotti (articoli) di qualità. Il caso delle fashion blogger e la disdicevole figura rimediata dal Corriere (nel link una precisa ricostruzione di Maurizio Galluzzo) sono la dimostrazione di cosa la gente non sarà mai disposta a pagare.

Il NYT ha costruito negli anni una reputazione internazionale non paragonabile. Infatti, secondo le ultime statistiche, ha circa 566 mila abbonati on line. Contro i 717 mila del quotidiano. Perché? Perché il NYT distribuisce contenuti di altissima qualità e la gente per questo è disposta a pagare. Quanto? Più della pubblicità. C’è un interessante report su Bloomberg che fa i conti in tasca all’editore: gli abbonamenti hanno fruttato ben più di quanto sia stato perso dalla pubblicità in seguito alla scelta di far pagare i lettori.

A differenza di quanto si pensa comunemente infatti i giornali sono pagati più dalla pubblicità che dai propri lettori. Il rapporto oscilla fra 80-20 e 60-40. On line 100-0. Il che genera un problema. Quando il servizio infatti è gratuito è l’utente che diventa il prodotto. L’ho ribadito diverse volte negli scorsi giorni parlando del caso Instagram. I giornali pagati dagli utenti sono a uso e consumo di questi. Quelli pagati dalla pubblicità sono a uso e consumo di quella. Vale a dire che la qualità del prodotto conta meno della quantità dei lettori che questo genera.

Così non c’è da stupirsi se sui siti dei quotidiani ci sono spesso notizie ad arte per fare pagine viste. Un problema con cui convive chiunque scriva on line. Noi pure. Capita a volte, lo ammettiamo, di scrivere post giocando con parole chiave e gallery per fare pagine viste. Lo facciamo per farci trovare da chi cerca informazioni e commenti sul mondo della tecnologia e per alzare un po’ i numeri per vendere la pubblicità. Non sto rivelando nulla di straordinario. La cosa straordinaria è che buona parte del nostro traffico arriva dai social network. Da gente che come voi condivide i nostri post perché gli sono piaciuti. Paghereste per leggerli? Se avessimo alle spalle la storia, il prestigio e il traffico del New York Times probabilmente vi chiederemmo di farlo prendendo un impegno solenne: solo contenuti di qualità in cambio del vostro denaro. Nel frattempo, i contenuti di qualità ve li diamo lo stesso, cercando di analizzare le notizie e non limitarci a tradurre i blog stranieri come troppo spesso accade nel nostro paese. Perché vogliamo creare un nuovo modo di fare informazione.

Il paywall è, soprattutto per l’Italia, una grande occasione per ripensare il giornalismo de noantri. Quando un lettore paga ciò che legge acquisisce il diritto di pretendere informazione puntale e qualificata. La domanda è: I nostri giornali sono in grado di soddisfare un cliente del genere?

Allo stesso tempo non escludo che un giorno lontano anche i blogger possano decidere di farsi pagare. O meglio rimborsare dai propri lettori. Il caso di @Tigella, che è riuscita a farsi pagare dai propri follower di Twitter un viaggio a Chicago per seguire OccupyChicago, un giorno sarà probabilmente considerato uno dei primi casi di una rivoluzione oggi ancora in erba.

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