Un paio di mesi fa ho avuto l’onore e il piacere di essere invitato a pranzo da Omar Monestier, direttore del Messaggero Veneto. Si parlava di Instagram. Ad un certo punto il Direttore mi chiede a bruciapelo: Ma tu… vai mai di proposito sul sito del Messaggero Veneto o di altra testata giornalistica per leggerti notizie ed opinioni, compri mai di proposito il tal giornale cartaceo?

Io tentenno un attimo per paura di offendere la testata da lui diretta e svicolo con un: Sì, no… in realtà non ho tanto tempo di leggere le news on-line… più che altro ascolto la radio.

La verità è che non scelgo mai deliberatamente una testata piuttosto che un’altra per avere notizie ed opinioni. Me ne sono reso conto proprio in quel momento ed il motivo per cui questo avviene mi è stato chiaro qualche giorno fa ascoltando un confronto su Radio 24 sul tema del paywall.

In passato un editore aveva un solo modo per raggiungere i suoi lettori: stampava un quotidiano o un periodico, lo portava in edicola ed aspettava che qualcuno andasse a prendersi quei contenuti. Oggi il mondo è leggermente più complesso. Ora gli editori sono in grado di raggiungere i propri lettori ventiquattro ore su ventiquattro più di una volta al giorno. Ma la vera differenza rispetto al passato è che si è ribaltato il paradigma: non sono più i lettori che vanno alla notizia (scegliendo la fonte) ma è la notizia che arriva al fruitore grazie all’esplosione delle diverse tipologie di aggregatori di contenuti di cui Twitter (nel link la guida di @lddio) è solo un esempio.

Oggi per me l’autorevolezza della notizia o dell’analisi di fondo non è più data dalla testata che li ospita e che è stata fondamentale per la loro genesi ma bensì dalla reputation che ha colui che me l’ha rigirata sulla timeline di Twitter. Questo mi da anche la (falsa) percezione del fatto che tali contenuti siano gratuiti mentre in realtà creare contenuti di qualità costa e costa anche un sacco di soldi.

Avanti di questo passo (contenuto cartaceo a pagamento e contenuti digitali gratuiti) non si va avanti molto. I dati parlano di una caduta (dati in media mondiale, fonte Radio 24) del 25% negli ultimi cinque anni riguardo ai ricavi pubblicitari sul cartaceo e ad un incremento di solo il 2% per la pubblicità sui media digitali.

Ecco allora che il modello del paywall alla New York Times dove l’utente può leggere gratuitamente un certo numero di notizie e poi paga è l’unica strada praticabile per tornare a raddrizzare il paradigma. Ma ci dev’essere un accordo collettivo delle testate. Se sono costretto a pagare per leggere l’analisi di fondo di oggi (e magari sì, posso leggere gratis quella di ieri) allora tornerò ad essere io ad andare alla notizia, scegliendo la testata che reputo più autorevole.

Photo credit: Yu-Chao Chang via photopin cc