Internet è un dono di Dio, disse qualche tempo fa Papa Francesco.
La mia inesauribile correttezza mi spinge a dire che è un dono di Tim Berners-Lee, ma in ogni caso questo Papa – o i suoi addetti web – ha dimostrato di saperci fare molto con i social e la comunicazione digitale.

Papa Francesco, oltre al Tweet Award dello scorso anno, è stato anche premiato alla WebReevolution per l’uso che ha fatto dei social come strumento per connettere le culture.
Ma cosa è successo? Come mai la Chiesa, che fino a poco tempo fa era sinonimo di lentezza, ritardo, incapacità di stare al passo coi tempi, ora sembra una startup di successo?
Se permettete, credo di saperne qualcosa.

ESPERIENZA MILLENARIA
Sono duemila anni che la Chiesa cerca in tutti i modi di evangelizzare, diffondere un messaggio, conquistare e coinvolgere i fedeli in attività utili a promuoversi e a fare altri fedeli (che è quello che si fa nel web). Può aver commesso errori e fatto bruttissime cose in passato, ma di sicuro la Chiesa ha un bagaglio di conoscenze che le imprese di oggi se lo sognano.
Si trattava solo di prendere quel know how, tradurlo in linguaggio moderno e applicarlo, e direi proprio che la Chiesa ha iniziato a farlo.

TRANSMEDIA
Una cosa che si insegna ai giovani comunicatori di oggi è la transmedialità, cioè saper comunicare su più piattaforme, cartaceo, televisivo, digitale, ecc.
Anche qui, la Chiesa è avvantaggiata: sono secoli che il marketing divino lavora con architettura, letteratura, pittura, scultura e musica tutte insieme e in sinergia tra loro, e ne ho citate solo alcune.
Non è esagerato dire che la comunicazione transmediale l’ha inventata la Chiesa, e quando la usa le aziende dovrebbero solo prendere appunti.

AFORISMI
Il Papa usa molto Twitter, e lo usa bene.
Prima di lui, ha cominciato a usarlo altrettanto bene il Cardinale Ravasi, e il motivo è semplice: la Bibbia è un testo pieno di passaggi significativi, aforismi, versetti, ecc, frasi ed espressioni brevi divenute celebri da secoli, e anche questo è tutto materiale “spendibile” nei social, dove, si sa, gli aforismi vanno alla grande.
Sembrerebbe proprio che qualcuno, 2000 anni fa, abbia messo la Buona Novella in 140 caratteri.

CONTRASTO
Sono secoli che ci si lamenta della Chiesa, della sua corruzione, della ricchezza, dei privilegi, e ovviamente del suo essere un’organizzazione retrograda, ostile al progresso, alla scienza, e dunque ostile alla tecnologia.
Papa Francesco, invece, si è presentato come l’antitesi di tutto questo, un contrasto che non poteva che essere graditissimo: il mondo lo aspettava da troppo tempo, e questa attesa, questo desiderio, hanno preparato il suo successo.
Tutti, perfino gli atei, volevano vedere un Papa smart.

TERMINOLOGIA
Le parole e i concetti della cultura digitale sono tutti presi in prestito dal vocabolario sacro.
La traduzione esatta di followers è seguaci, e anche i fan in fondo sarebbero gli adoratori. Gesù diceva “chi mi ama, mi segua”, e gli esperti di tecnologia che diffondono la cultura digitale sono detti evangelist. Il fatto che ogni utente è un media, cioè un produttore e un diffusore di contenuti, ricorda il concetto della testimonianza, cioè l’attività che ogni fedele è chiamato a fare: parlare, diffondere, condividere la Parola. Personaggi come Steve Jobs sono considerati quasi profeti, e certi device vengono considerati (non da tutti, per fortuna) quasi reliquie. La religione cattolica, infine, è fatta di icone sacre. Icone, appunto.
Potrei andare avanti all’infinito, ma è chiaro che il successo della Chiesa nell’era digitale era già nell’aria.
Gli serviva solo il Papa giusto.