Molti paesi non occidentali che hanno problemi politici legati a restrizioni della capacità democratica della popolazione, hanno anche un’avversione profonda per la libertà espressa da internet e dalla Rete in generale. 

Per questo paesi come il Pakistan, che sfornano comunque scienziati di calibro internazionale, possono investire risorse strategiche per aumentare il controllo sui cittadini proprio a partire dalla tecnologia. L’escamotage è sempre la censura.

All’inizio di tutta la storia, in Pakistan, il Governo aveva pensato di bloccare addirittura lo scambio di messaggini che potessero essere considerati pericolosi per l’integrità sociale e per la sicurezza nazionale. Dopodiché sulla stessa linea d’onda si è pensato bene di filtrare anche tutti i messaggi scambiati in rete.

Questa censura “preventiva” sugli spazi digitali ha fatto mettere in moto la protesta, sostenuta soprattutto da alcune associazioni con sede legale in America. Tra gli attivisti più scatenati ci sono per esempio quelli dell’organizzazione Electronic Frontier Foundation (EFF).

Il Pakistan vorrebbe stoppare tutti quei meccanismi e quei filtri che in qualche modo si contrappongono alla morale religiosa, con l’obiettivo di colpire il terrorismo internazionale. I filtri però possono minare alla base la libertà di navigazione.

I filtri sono così potenti che riescono a far sparire in modo quasi simultaneo circa 50 milioni di url visibili nel paese. Cresce intanto anche la voglia di mettere un punto allo scambio di messaggi su piattaforme come Twitter e Facebook, invise anche ad altri paesi.