La mia strada e quella di Okobici si sono incrociate a Working Capital. Quello che mi è piaciuto di questo progetto è che, come Liberidimuoversi, l’idea di fondo sia quella di migliorare la vita delle persone, nelle città, nei luoghi e con l’innovazione e la tecnologia. Quando un progetto mi conquista non posso fare a meno di conoscere le persone che ci sono dietro. Ed è così che è nata una bella chiacchierata e scambio di visioni con Marco e Gaspare di Snark, ideatori di Okobici, menti giovani, radical, suburbane, brillanti. Quale miglior modo di raccontarvi questa storia se non con le loro parole?

Cos’è Okobici?

Okobici è un bikesharing di nuova generazione, basato sulla condivisione di biciclette private. Come? Immaginate un ovetto, con un lucchetto arrotolato attorno. Questo ovetto si applica in maniera irreversibile alla bicicletta e la rende condivisibile. Non servono più rastrelliere, e le bici possono essere lasciate libere per la città. Fate una ricerca via web o mobile oppure trovate semplicemente la bici per strada, vi avvicinate, vi autenticate, il lucchetto che la lega si sblocca e siete pronti a partire. Arrivati a destinazione, la lucchettate, e via. oltre ad un servizio Okoboci cerca di creare qualcosa di più: una community di ciclisti, collaborante, coesa attorno ad un certo stile di vita e di valori.

Cos’è per Okobici una bicicletta?

Una bicicletta è una storia. Che sarebbe bello poter raccontare. È un catalizzatore di socialità. A volte un simbolo, ma preferiamo smontarli, i simboli. È un oggetto che ha prodotto una bella cultura con un potenziale di innovazione nella società molto alto.

Qual è la visione del progetto Okobici?

Nella crisi globale che ci investe il modello della sussidiarietà è in crisi: empowerment ai cittadini (ad esempio delega forte all’organizzazione/erogazione dei servizi), cambio dei rapporti di potere tra istituzioni e società, modelli di sostenibilità alternativi. Okobici guarda a questo mentre offre una soluzione concreta ad un problema concreto, spostarsi in bici.

Credete che l’Italia sia un paese pronto, sia a livello di infrastrutture urbane che di attitudine umana alla condivisione degli oggetti e degli spazi?

No, o quantomeno molto meno di altri, sia in termini culturali che infrastruttuali, per alcune delle ragioni offerte nelle prime due risposte. Un Paese in realtà non è mai pronto o non pronto. Ogni percorso è un processo di svelamento. A chi dice in Italia non c’è cultura ciclabile dico: basta andare a Ferrara. Per svelare bisogna proporre strumenti. Uno degli obiettivi di Okobici, e di tutti i progetti che sviluppiamo, è anche quello di fomentare questo cambiamento, soprattutto offrendo strumenti a disposizione di tutti perchè possa compiersi e venire compreso.

Come sarà il progetto Okobici tra un anno? E tra dieci?

Tra un anno sarà molto interessante: ci saranno qualche centinaio di persone okopedalando in giro per l’ Europa e tutti crederemo di stare cambiando un pezzetto di mondo. Tra dieci? Il pezzetto di mondo sarà cambiato, di okociclisti ce ne saranno milioni e avranno rilevato la società, come previsto dal modello di governance e tutti staremo giá lavorando ad un’altra utopia concreta.

Cosa ne pensate dell’Agenda Digitale e di questo non concretizzato interesse governativo per le startup?

Mi sembrano potenzialmente strategici per il futuro. Ma vedo scarsa attitudine a trasformare le intenzioni in policy e poca propensione a guardare a questi temi con pensiero laterale. A parte pochi casi vedo una tendenza generalizzata ad importare modelli più o meno di successo e meno ad interpretarli.

Grazie Marco e Gaspare.

Adesso aspetto la vostra opinione. Siete pronti a crederci anche voi e a diventare degli okopedalatori?