Presto i tweet si potranno editare. Non c’è nessuna conferma, ma il rumor diffuso da Matthew Keys è piuttosto credibile, tanto che è stato ripreso dalle principali testate americane. So che la prima cosa a cui state pensando è che finalmente potrete correggere gli orrori di ortografia che commettete tutti i giorni, ma la funzione non ha quel fine. L’obiettivo pare essere rendere Twitter un luogo sicuro per le aziende, troppo spesso vittime di se stesse per via di tweet fatti un po’ a casaccio.

Dunque, la funzione sarà simile a quella di Facebook: potremo editare i nostri tweet solo per un breve tempo e solo una volta. Il vantaggio sarà che ogni retweet verrà corretto e l’orrore sparirà. Insomma, se ti rendi conto che hai detto una fesseria puoi rimangiartela e cancellare le prove. Tranne gli screenshot, quelli no: quindi se in futuro vedremo un brand fare una fesseria, non basterà più retwittarlo, ma occorrerà fare uno screenshot e poi postarlo con un nuovo post. È il concetto alla base di Snapchat e ripreso anche da Facebook con gli Instagram Direct, che una volta mandati si possono anche cancellare. Niente più prove.

A Twitter sanno bene che la funzione non può essere rilasciata alla leggera. Le aziende infatti potrebbero sfruttarla alla stregua di messaggi pubblicitari: per esempio faccio un tweet su un hashtag in trend topic, questo riceve centinaia di RT, magari diventa popolare e io cambio il testo del tweet, così spammo tutti quelli che il tweet ha giù raggiunto. Contro questa cosa stanno lavorando gli sviluppatori di Twitter con un editorial algorithm in grado di individuare tentativi di riscrivere completamente un tweet, cambiandone il senso. Chissà se ci riusciranno.

Bene, quindi tutti contenti? No, direi di no. Coprire un #epicfail sarà per le aziende un po’ smart fin troppo facile e sinceramente questa cosa non mi piace. D’altra parte, se le aziende non usano Twitter, Twitter chiude e noi non vogliamo che lo faccia, vero? In fondo, dovremmo guadagnarci che vedremo meno strafalcioni da 140 caratteri.

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