È online e in italiano il modulo che Microsoft, come Google, ha dovuto predisporre – su indicazione della Corte europea – per garantire il diritto all’oblio. Sono bastati due giorni dalla prima comunicazione, perché Bing s’attivasse: la rimozione dei link dovrebbe essere effettiva anche su Yahoo, che s’appoggia allo stesso motore di ricerca. Apprezzabile che sia possibile consultare i termini nella propria lingua, anziché in inglese come per il servizio fornito da Big G, ma restano tutti i dubbi sull’effettiva utilità del form.

Se Google ha voluto comporre un Comitato consultivo [vedi gallery] d’esperti che dialoghi con gli utenti per ridefinire le modalità di cancellazione dei link è perché il diritto all’oblio è una cosa diversa dalla rimozione degli indirizzi. Come abbiamo ripetuto allo sfinimento i contenuti indicizzati dai motori di ricerca restano online — anche dopo la sparizione da Bing o equivalenti. Un “dettaglio” che l’Unione Europea non ha preso in considerazione o, comunque, ha sottovalutato proponendo un placebo tutt’altro che risolutivo.

Se vogliamo, le richieste esaudite incidono soltanto sulla SEO delle testate online — come non hanno mancato d’evidenziare i giornalisti del britannico The Guardian. Un link, rimosso dai motori di ricerca, resterebbe fruibile… anche se più difficile da rintracciare. Il diritto all’oblio andrebbe affrontato diversamente, riportando l’etica nel giornalismo e aggiornando gli articoli sotto accusa con errata corrige e repliche degli interessati. Cancellare gli indirizzi non serve a nulla, nonostante l’impressione degli interessati.

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