Maria Chiara Carrozza – Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) – è intervenuta a illustrare il nuovo indirizzo del Ministero: lo Stato non pagherà altre infrastrutture per la digitalizzazione degli istituti scolastici, perché occorre che siano i privati a investire nella scuola pubblica italiana. Il Ministro, testualmente, auspica che siano avviati dei procurement in fund raising. Tralasciando il “dettaglio” dell’utilizzo di termini inglesi, la traduzione è che saranno i genitori degli alunni a pagare.

In pratica, oltre a comprare la carta igienica e a pagare per le fotocopie, le famiglie dovranno finanziare l’acquisto delle LIM: il Ministero investirà quindici milioni di euro sul WiFi, ma tutte le altre piattaforme saranno a carico dei singoli istituti a loro volta dipendenti dai Comuni. È un meccanismo già previsto con l’autonomia scolastica, che proprio in questi giorni affronta il problema del registro digitale — molto più grave delle lavagne interattive e multimediali. Figlio d’una professoressa, conosco bene l’argomento.

Benché il Ministro abbia rinviato l’adozione degli eBook per compiacere gli editori, da settembre i registri dei professori – perché quello di classe rimarrà cartaceo per un altro anno – sono digitali. Sapete com’è stata concepita l’infrastruttura? Ogni istituto, sulla base dei fondi erogati dall’amministrazione civica, ha dovuto scegliere il proprio: parliamo dei documenti ufficiali degli alunni, gestiti da privati sui fogli di calcolo, che non sono compatibili fra loro. Cambiando scuola, l’alunno ne riceve una copia stampata.

Il problema è triplice. Da un lato, utilizzare diversi registri che non adottino uno standard porta a un’ulteriore complicazione della burocrazia… da un altro, i Comuni economicamente virtuosi potranno permettersi d’offrire un’istruzione migliore degli altri e, infine, i documenti ufficiali degli alunni sono custoditi da aziende private anziché dal Provveditorato. Io non ho idea di come ciò possa garantire un equo diritto allo studio e la trasparenza — senza considerare l’idiozia della piattaforma decentralizzata e disomogenea.

Sinceramente, penso che preoccuparsi delle LIM sia ridicolo. Poiché la scuola dell’obbligo è finanziata dai Comuni – mentre gli istituti superiori dipendono dalle Province – i professori e i genitori degli studenti sono costretti a raccogliere dei bollini per avere delle risorse aggiuntive da una nota catena di supermercati. Pagando di tasca propria, s’intenda. Ciò sapendo che le Regioni italiane investono appena il 40,27% degli ottantasette miliardi in finanziamenti che arrivano dall’Europa. E il Ministro parla di fund raising?

Quanto ai fondi del Ministero per il WiFi, il Ministro dimentica che le bollette telefoniche sono a carico degli istituti: quel denaro andrà giusto a coprire l’acquisto dei router e delle antenne — ma, senza i tablet nelle classi che lo Stato non finanzia, cosa dovrebbero connettere? Forse, la tavoletta del water sull’effettiva presenza della quale io non scommetterei. Sì, perché nonostante le partnership ministeriali con Apple e Microsoft sono i docenti a doversi comprare un tablet per insegnare… e gli studenti per apprendere.