L’Internet delle cose è quella figura mitologica di cui si sente spesso parlare, ma che nessuno ha mai visto. In verità, qualcosa l’abbiamo vista grazie soprattutto a marchingegni da hacker come Arduino od Open Picus. Cito due esempi: la pianta che ti twitta quando ha sete e la goccia d’acqua (di plastica) che appendi al frigo e ti fa ordinare l’acqua quando l’hai finita. Con Matteo Collina, Ph.D. Student in ICT presso l’università di Bologna che abbiamo incontrato al Codemotion di Venezia, abbiamo fatto il punto sullo stato dell’arte dell’Internet delle cose e abbiamo parlato del suo progetto per chattare con casa propria.
Quando inizierà il regno dell’Internet of things?
Siamo ancora un po’ lontani. Diciamo che le avanguardie le stiamo vedendo oggi, ma perché queste cose che vediamo si concretizzino nella vita di tutti occorrerà aspettare il 2017. Fra il 2017 e il 2020 l’Internet delle cose diventerà una cosa comune per tutti quelli che oggi usano uno smartphone, comprese le nostre mamme che magari ancora non l’usano. Secondo i futurologi nel 2020 avremo fra i 25 e i 50 miliardi di sensori senza display connessi in rete.
Oggi a che punto siamo?
È in corso una sperimentazione, soprattutto nel settore della domotica e dell’auto-motive. Ci sono ancora però grossi problemi insoluti.
Che tipo di magagne ci sono?
Il problema principale oggi è relativo alla sicurezza. Si fa fatica a fare sicurezza sui sensori perché è necessario criptare i dati in transito e questo implica anche problemi di privacy, perché nessuno vuole che i dati relativi a casa propria vaghino liberi in rete. Per esempio: come faccio ad autenticarmi per accedere a un sensore sulle mie tende e vietare al contempo al vicino di accedervi? Oggi i sistemi IoT non sono standard, non puoi fare come con Facebook o Google che ti permettono il login su altri siti. Ci sono poi problemi di compatibilità. Se vogliamo fare un esempio, pensiamo alle difficoltà di utilizzare formati differenti dal .doc con Office dieci anni fa.
Al Codemotion hai presentato una piattaforma open source per chattare con la propria casa. Ce la spieghi meglio?
Quello che ho mostrato, e che ho chiamato QEST, è un sistema di interconnessione utilizzabile su diversi dispositivi. L’ecosistema dei sensori che possiamo mettere dentro casa non è infatti interessante fino a quando non ci riesci a comunicare. Lo strumento per comunicare oggi è lo smartphone, ma questi parlano lingue differenti da quelle dei sensori. Con la mia piattaforma puoi inviare un instant message a un sensore e lui ti risponde, per esempio puoi chiedere la temperatura di casa.
Ecco le slide dell’intervento di Matteo al Codemotion.