Occupandomi di innovazione ormai da qualche anno, ho l’impressione che nelle aziende italiane – branch di multinazionali o aziende tricolori al 100% – l’obiettivo non sia tanto fare innovazione quanto parlarne: benvenuti in quello che chiamo innovation porn, la porno innovazione.

Le grandi aziende oggi si trovano strette tra l’imperativo di rinnovarsi e la tremenda paura che, nel facilitare questo processo di distruzione creativa – il processo per cui il l’impresa si rinnova, superando ciò che, pur funzionando sul mercato, è destinato a cambiare lasciando spazio alle novità – possa rendere loro stesse, obsolete.

Molte aziende italiane hanno spesso fallito nel comprendere come facilitare il cambiamento e hanno cercato l’efficienza nello status quo: si sono fossilizzate, hanno perso di vista le novità dal mondo della creatività e della società intesa in maniera globale.

Anche per questo, la tipica azienda italiana è spesso preda dell’outsourcing selvaggio e il mercato italiano è stato per molti anni il regno delle consulenze più o meno sensate. Molti di noi – lavoratori dell’Information Technology – hanno vissuto contesti in cui persino funzioni strategiche come l’R&D, il marketing o il product design erano delegate a società di consulenza piuttosto che a personale interno (che spesso si limitava a scegliere quale ditta potesse realizzare quel processo quella attività o quel dato servizio in outsourcing).

In periodi di crescita economica i nodi legati a questo approccio non sono venuti al pettine. Il prestigio di un dirigente e la sua capacità di management si sono misurati più per la dimensione del budget (come nel porno anche nella porno innovazione, le dimensioni contano), che per gli effettivi risultati in termini di novità introdotte sul mercato, trasformazione dei processi o conoscenza esplicitata.

Un po’ come è per il PIL, quel diabolico strumento di misura della crescita economica, per cui la ricostruzione post-terremoto è un dato positivo e i risparmi dovuti magari all’adozione di software open source uno negativo, spesso l’unica cosa a contare era quanti consulenti, fornitori o di quanto denaro da spendere potessi disporre.

Qualcosa tuttavia sembra stia finalmente cambiando. Durante la crisi del ’29, Einstein si espresse positivamente rispetto a come una crisi possa migliorare la società, inducendola a trasformarsi per diventare migliore e di porre in atto quelle trasformazioni-per-il-meglio che senza la crisi non sarebbero mai accadute.

Come nel ’29, morte tutte le vacche grasse del 2000, le grandi e medie aziende italiane cominciano a capire che l’imperativo del waste not (non sprecare) coniato da Taichi Ono qualche decina di anni fa, mentre trasformava Toyota nel più importante produttore di automobili del mondo, è degno di essere perseguito.

La buona notizia è che la vera innovazione è tendenzialmente efficiente e, nella maggior parte dei casi, anche estremamente economica.

Per prima essa è condivisa, passa attraverso le persone e non attraverso i documenti e gli scambi formali: sta spesso nell’introdurre nell’ambito aziendale di processi collaborativi, come la co-progettazione e dipende moltissimo dalla motivazione del personale a perseguire obiettivi condivisi e co-generati.

Nella mia esperienza i risultati ottenibili motivando la forza lavoro verso obiettivi comuni, sono enormemente maggiori rispetto a quelli che si possono ottenere chiudendo ognuno nel proprio ufficio a pseudo-coordinare un esercito di fornitori esterni che hanno obiettivi non sempre armonici con quelli dell’azienda.

Strumenti come i workshops, le jam di co-design e l’applicazione dei metodi di gestione agile dei team di lavoro (il pensiero agile fa della cooperazione e dell’eliminazione dell’inutile due pilastri fondamentali) hanno fatto il loro ingresso nell’ambito corporate italiano e sempre più player si apprestano a metterli alla prova.

Questo radicale cambiamento è testimoniato proprio dai grandi player del design, per anni chiamati a favorire l’innovare in migliaia di aziende nel mondo: sia Frog con Collective Action Toolkit che Ideo con il suo Human Centered Design Toolkit hanno puntato molto sulla potenza innovativa delle comunità e delle persone e hanno creato strumenti aperti, che sono li per essere usati, come mille altri, nei vostri contesti di business.

Come recita uno dei modi di dire più efficaci legati alle metodologie agili e cooperative, il morale è un moltiplicatore della produttività: se cercate il miglioramento nella vostra azienda o business unit, mettete alla prova la cooperazione tra i vostri team member, trasformatevi da manager (gestori) a coach (facilitatori e ispiratori).

Che voi siate consulenti, dirigenti o impiegati, mettetevi in discussione, provate metodi nuovi: le soddisfazioni che avrete saranno enormemente maggiori dei mal di testa che vi costerà lo studiare qualche nuova metodologia.

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