Chi intendesse lavorare negli Stati Uniti, potrebbe trovare interessante gDNA: uno studio che Google ha avviato due anni fa per studiare gli stati d’animo dei Googler – i propri dipendenti – in relazione al lavoro che svolgono in azienda. Coadiuvata dall’Università di Harward, l’indagine mira a creare un maggiore coinvolgimento e una piena soddisfazione della forza-lavoro, affinché gli impiegati producano meglio e di più. Un approccio che trovo agli antipodi rispetto a quello dei dirigenti italiani in questo contesto economico.

Mentre in Italia ti chiedono ogni giorno di lavorare sempre di più allo stesso stipendio o, peggio, di farlo soltanto per la visibilità – con la scusa che, un giorno, diventerai ricco e famoso – negli Stati Uniti la prima preoccupazione è quella di rispondere alle esigenze del dipendente, infondergli coraggio e dargli una speranza di carriera. Quattromila Googler rispondono annualmente ai sondaggi degli analisti di Harward e l’azienda corregge di conseguenza il proprio atteggiamento nei loro confronti, in una crescita reciproca.

È questo il motivo del taglio al 20% – ovvero quella percentuale dell’orario di lavoro in cui i Googler potevano sperimentare un proprio progetto. Google è riuscita a convincerli alla rinuncia con degli scaltri espedienti psicologici o, piuttosto, con altri incentivi di tipo economico? Pensando che l’azienda è considerata la migliore al mondo dove lavorare, dubito che i benefici si limitino a delle gioviali pacche sulle spalle. Peraltro, guardando agli introiti, io penso che le imprese italiane abbiano ancora molto da imparare.

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