Kickstarter, il più famoso tra i portali che permettono di finanziare dei progetti con delle raccolte fondi distribuite, non è un negozio: gli amministratori continuano a ripeterlo, ma gli utenti non sembrano farsene una ragione. Elargendo determinate somme a un progetto, un finanziatore acquisisce il diritto ad avere un premio proporzionale alla cifra trasferita. Tuttavia, Kickstarter non rimborsa direttamente gli utenti che non lo ricevessero e non garantisce affatto il successo del prodotto. È tutta una questione di fortuna.

Se il prodotto riesce a entrare in produzione e rispetta le promesse fatte ai finanziatori, gli utenti sono soddisfatti. Se qualcosa non dovesse funzionare, però, è Kickstarter a subirne le conseguenze: un aspetto che gli amministratori non accettano perché i termini d’utilizzo sono molto chiari. Non parrebbero esserlo per Ethan Mollick, un professore della University of Pennsylvania che ha pubblicato uno studio sui ritardi nelle spedizioni del portale. Mollick non ha considerato che Kickstarter non spedisce assolutamente nulla.

L’analisi del professore ha rivelato che appena il 25% dei progetti è in grado di rispettare la tabella di marcia stabilita durante la raccolta fondi: tra i prodotti finanziati con successo è soltanto il 3,6% a fallire del tutto. Kickstarter non si preoccupa granché dei ritardi accumulati perché non essendo un negozio non può stabilire se o quando un prodotto sarà effettivamente disponibile. Il problema è che gli utenti, attratti dai costi più contenuti, lo scambiano per una specie di spaccio online e investono a fondo perduto.