Noi italiani, si sa, siamo bravi a fare tante cose: siamo i migliori al mondo in cucina, siamo romantici, simpatici e ci facciamo sempre notare, nel bene e nel male. Ma siamo anche bravi, anzi bravissimi, a fare e disfare nel giro di poco tempo cose che sembrano poter vivere quasi di luce propria. E questo è il caso di Italia.it: può mai un sito internet, volto alla valorizzazione e alla promozione turistica del nostro paese, finire la sua esistenza? Impossibile. L’Italia ha talmente tante cose da offrire che un portale così potrebbe vivere quasi in autonomia, una cartolina stampata su carta filigranata in oro. E invece, così non è. Il portale ufficiale del turismo italiano (così viene etichettato), di proprietà del Governo, era stato creato e lanciato a febbraio del 2007. Un prodotto voluto dall’allora esecutivo guidato da Silvio Berlusconi, al suo terzo mandato, ma subito salito agli onori della cronaca in quanto gigantesco succhia soldi statali: a causa dell’ingente spreco di fondi pubblici, infatti, Italia.it è conosciuto da tutti. Anche fuori dall’Italia stessa. E poco importa se non ci sei mai entrato o se non sai nemmeno di cosa sto parlando, ciò che è importante sottolineare è che è stato un altro fagocita soldi statale: nel 2007 erano già stati spesi 45 milioni di euro. La realizzazione del sito venne data in mano al consorzio Sviluppo Italia, che a sua volta si rivolse alle ditte IBM Italia S.p.A, ITS S.p.A e Tiscover AG. Responsabile dello sviluppo fu nominato Lucio Stanca, ex dirigente IBM e ministro per l’Innovazione e le Tecnologie. Primo finanziamento a marzo 2004: 45 milioni di euro, al quale ne sarebbero dovuti seguire altri 45 per arricchire i contenuti del sito con progetti co-finanziati dalle Regioni. Tre anni di attesa, fine della legislatura e il sito era ancora offline.

Ma, si sa, le cose belle e positive sono quasi sempre bipartisan: e anche il progetto di Italia.it, di fatto, lo era, in quanto il secondo Governo presieduto da Romano Prodi, precedente al già citato Berlusconi, subentrato a progetto in corso decise di dargli nuova vita con attivazione per la fine del 2006, slittata a fine febbraio 2007 con una serie di problematiche allucinanti (errori, bug, codici scadenti, eccetera) per poi chiuderlo meno di un anno dopo. Il sito andò avanti, ovviamente con altri finanziamenti pubblici, che raggiunsero il tetto di 58 milioni di euro finché non venne chiuso definitivamente nel gennaio 2008 (LEGGI QUI PER SCOPRIRE COS’E’ E CHE FINE HA FATTO ITALIA.IT OGGI). Caduto il Governo Prodi, la (nuova) rinascita di Italia.it si ebbe all’inizio del 2009 con il quarto esecutivo di Silvio Berlusconi, che fece ripartire il progetto con un finanziamento iniziale di 10 milioni di euro, con tanto di sito che torna a galoppare nel luglio 2009. A capo del progetto Renato Brunetta e Michela Vittoria Brambilla: il sito si presentò per vari mesi nella versione beta, fino alla fatidica data dell’8 novembre 2009, quando Italia.it uscì dal suo lungo letargo e finalmente vide la luce. Un po’ opaca, a dire il vero, visto che di lacune, errori e imprecisioni ce n’erano ancora molti. Caduto anche il governo Berlusconi, nel 2011 il Ministro del Turismo diventa Piero Gnudi, il quale non ha però toccato fattivamente il portale.

Altro giro, altro intoppo: siamo a giugno 2012, in campo scende un nuovo attore, la società Unicity Spa. Quest’ultima, dopo aver vinto un ricorso per l’attribuzione della gestione editoriale, riorganizza il lavoro e sviluppa nuovi contenuti turistici sotto la supervisione del Ministero del Turismo prima e di quello dei Beni e delle Attività Culturali e del turismo (MIBACT) poi. A Mario Monti succede Enrico Letta il 28 aprile 2013, ad Enrico Letta succede Matteo Renzi il 22 febbraio 2014: e come per magia il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, guidato da Dario Franceschini, decide che il sito non serve più, che quello che veniva da tutti considerato come “il petrolio d’Italia” non ha bisogno di un portale che lo valorizzi. Peccato che ci siano voluti quasi dieci anni (i primi progetti di Italia.it risalgono addirittura al 2005) e oltre 60 milioni di euro per capirne l’inutilità. Ma noi italiani, si sa, siamo bravi a fare tante cose…