Una delle prossime applicazioni di iOS 7 potrebbe essere iRadio. Una specie di clone di Spotify, stando alle voci che sono circolate negli scorsi giorni e riprese anche dal New York Times. Apple avrebbe già raggiunto un accordo con Warner e Universal, ma non con Sony che non sarebbe convinta del modello proposto da Apple. Non sarebbe per altro la prima volta: fu così anche al lancio di iTunes, ma poi Sony tornò sui suoi passi con la coda fra le gambe.

Dunque anche Apple ha deciso di seguire la strada già intrapresa da Google: offrire ai propri clienti uno strumento per ascoltare la musica. Perché? Il motivo è piuttosto semplice: la musica non è più qualcosa da possedere, ma da fruire.
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Per diversi anni siamo stati legati a un oggetto fisico o digitale: la musicassetta, il vinile, il CD, l’MP3. Per gli appassionati di musica, così come per quelli dei libri, il valore fisico dell’oggetto farà fatica a sparire. Per me è così per quanto riguarda i libri: non ho ancora comprato un Kindle o un Kobo, anche se temo che preso lo farò. Personalmente mantengo un rapporto di tipo fisico con il libro: mi piace averlo fra le mani, sentirne l’odore, possedere fisicamente il testo quando giro le pagine.

Certo con la musica è leggermente diverso: l’ascolto non è un’operazione fisica. Una volta che l’oggetto è stato riposto nel produttore lascia spazio al consumo. È per questo che servizi come Spotify e Deezer stanno prendendo sempre più più piede. Non solo però. C’è un motivo un po’ più subdolo: i soldi.

Le etichette infatti vogliono solo i nostri soldi. Sottoscrivere un abbonamento da dieci euro al mese garantisce una piccola somma a tutte le aziende che partecipano al progetto. Inoltre permette di selezione l’utente predisposto a pagare per il prodotto musicale. È lo stesso utente che probabilmente acquisterà parte dei brani messi a disposizione. Infine, per gli appassionati, un abbonamento del genere è l’unico modo per trovare canzoni particolari e per le aziende rappresenta un modo di valorizzare la musica di nicchia.