Negli scorsi giorni su Indigeni Digitali è partita un’accesa discussione circa il problema della misurazione dell’influenza on line. Che Klout ce ne frega, direte. Eppure dovrebbe fregarvene, perché ogni volta che agite all’interno di un social network potreste compiere un’azione pensata da qualcuno per fare in modo che la propria influenza aumenti, più che interagire con voi.

La discussione ha preso spunto da un post su TechCrunch in cui Michael Wu, Principal Scientist of Analytics di Lithium, ha sottolineato come purtroppo i social media siano divenuto una strumento obbligatorio per i brand alle prese con la necessità di creare un engagement con i propri clienti. La soluzione è sfruttare quelli che in rete vengono chiamati influencer per raggiungere migliaia di persone. Se tizio ha centomila follower coinvolgo lui e mi cucco automaticamente il suo pubblico. Una volta facevano la pubblicità prima del TG, ora la fanno su di te. Chiaro il concetto?

Come li scelgono però gli influencer? Klout ha cercato di affermarsi come uno strumento in grado di risolvere il problema, misurando l’interazione che un utente è in grado di generare all’interno di più network. Quando ho scritto come aumentare il proprio klout score ho cercato di mettere in mostra i limiti di questo strumento. Come sottolinea Wu, misurare il processo di circolazione non fornisce alcuna informazione circa il messaggio che viene diffuso. Se metti un punteggio su una cosa, ricorda ancora Wu, la gente si accapiglia per avere il punteggio più alto. È successo con Google e succede ora con Klout & co. Peggio, con questi il singolo può misurare il successo delle proprie azioni da solo. Altro che influenza, è più che altro un gioco, suggerisce Wu.

Ecco alcuni interessanti commenti degli Indigeni.

Il tempo di minchiate come Klout è finito e che il Dr. Wu ci sta regalando un grazioso spoiler di ciò che accadrà… se Google si butta a misurare la autorship con la IEO non ce n’è per nessuno… a proposito qualcuno ha detto Google Plus? (Giovanni Scrofani)

Comunque, Plus Your World = rivoluzione. Preparatevi a ripensare tutto. (Alessio Biancalana)

In molti (Klout, Peerindex etc) hanno comunque senso perché per quanto si spaccino per misurazioni di influencer e così via (bah) esiste una correlazione fra alcuni dati raw e la loro portata di impatto. È l’equivalente di dire: sì, magari riempire la città di cartelloni pubblicitari non assicura che la gente li legga, ma probabilisticamente aumenta la visibilità. (Davide Casali)

Se influenza = capacità di stimolare azioni > dovremo misurare le azioni generate. ma siccome è di fatto impossibile, misuriamo gli elementi oggettivi (e quindi misurabili) approssimandoli come potenziali (reach su molti social media ad esempio). Abbastanza insoddisfacente per me come metodologia. (Tommaso Sorchiotti) L’influenza diverrà sempre più merce di scambio tra brand e utenti (Fabrizio Perrone)

Io aspetto la semantica. Scommetto che se una pornostar usasse saggiamente i social sarebbe più influente di Obama. Il problema è il messaggio. Se posti una foto di gnocca e io ti fa faccio like non influenzi proprio nulla. (Silvio Gulizia, aka io).

Oggi attraverso la semantica, i like, gli rt, il grafo sociale o altri tipi di dati sicuramente permettono analisi sofisticate e permettono di individuare degli indicatori. Sicuramente con il passare del tempo saranno possibili algoritmi sempre più potenti/precisi, ma oggi, imho gli indicatori che scaturiscono da tali analisi sono carenti e non completamente affidabili. E l’inaffidabilità è data da fattori “influenzanti” come tempo, contesto ed da altri fattori di contesto (esterni o interni) che non sono governabili. (Fabio Lalli)

photo credit: CDN Digital via photopin cc