La formazione dei giovani nelle discipline scientifiche è di fondamentale importanza per la crescita dell’Italia, che ad oggi non è ancora pronta al salto necessario per l’Industria 4.0. A questo proposito pubblichiamo un intervento di Marco Fanizzi, VP & GM Enterprise Sales di Dell EMC Italia 

Nel Rapporto 2017 dell’Ocse “Education at a Glance” è emerso come in Italia il 39% degli studenti abbia conseguito una laurea di primo livello nel campo delle belle arti e delle discipline umanistiche, delle scienze sociali, del giornalismo e dell’informazione, mentre solo il 25% si sia laureato in una delle discipline STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica. Il Paese membro con la quota più elevata nelle discipline STEM è la Germania, con il 35%. Ben 10 punti percentuali sopra di noi.

I temi formazione e sviluppo della trasformazione digitale nel nostro Paese sono fortemente correlati. Il numero non ancora sufficiente di giovani con formazione STEM, una necessità impellente per l’economia del futuro, può rappresentare un problema rilevante in ottica Industria 4.0.

Soprattutto per una Nazione come l’Italia, da sempre a forte trazione manifatturiera, il cui sistema industriale deve cogliere al volo l’opportunità dell’attuale processo di digitalizzazione per incrementare il proprio posizionamento competitivo nello scenario internazionale.

Il processo di trasformazione digitale, infatti, sta impattando in modo significativo sulle imprese manifatturiere. Le fabbriche sono sempre più digitali, sempre più interconnesse. L’Industria 4.0 sta lentamente ridefinendo il modo di produrre delle industrie, grazie all’utilizzo dei dati, a una potenza di calcolo sempre maggiore, all’Internet delle Cose, ma anche all’interazione tra uomo e macchina.

Pur riconoscendo l’importanza degli studi umanistici, sono fermamente convinto che una carenza troppo marcata di giovani formati in discipline STEM sia, in questo periodo storico, penalizzante non solo in termini di mancanza di competenze nelle aziende, ma anche in termini di tasso di occupazione.

La cosiddetta ‘quarta rivoluzione industriale’ è appena iniziata, ma l’innovazione tecnologica va avanti a tassi di crescita senza precedenti. Fra 3-4 anni, sono certo che il mondo sarà totalmente cambiato, evoluto rispetto a quello che vediamo oggi, già molto diverso rispetto a soli pochi anni fa.

In questo scenario così veloce e mutevole, la gestione della partnership tra uomo e macchina, il modo in cui sapranno colmare reciprocamente le proprie lacune, sapranno integrare le rispettive “competenze”, potranno incidere in modo rilevante sullo sviluppo di nazioni a forte vocazione manifatturiera.

Per supportare questa integrazione di competenze tra uomo e macchina, però, credo sia necessaria una gestione accurata di diversi aspetti preponderanti. Uno su tutti, forse il più importante, è proprio la formazione.

Dobbiamo – come Sistema Paese – prestare attenzione a creare un collegamento tra scenari futuri dell’industria e percorsi di formazione. Dobbiamo – con l’aiuto delle Istituzioni – sensibilizzare i giovani a intraprendere percorsi di studio in discipline STEM.

Perché non si tratta di previsioni sul futuro, bensì di qualcosa che è già sotto i nostri occhi. Come è emerso, infatti, dallo studio globale “Realizing 2030: The Next Era of Human-Machine Partnerships”, condotto da Dell Technologies, facendo leva su una ricerca quantitativa sviluppata da Vanson Bourne, per l’87% dei business leader italiani (82% a livello globale), le persone e le macchine lavoreranno come un team integrato entro i prossimi 5 anni.

La ricerca presentata descrive un futuro sempre più prossimo, in cui la tecnologia rappresenta l’elemento in grado di consolidare la partnership tra uomo e macchina. Le macchine, sempre più avanzate e innovative, saranno lo strumento chiave che permetterà alle persone di superare alcuni limiti.

In questo scenario, emerge un marcato scetticismo circa lo status attuale del processo di trasformazione digitale. In Italia, in particolare, solo il 38% della business community – presa come campione – vede il digitale già integrato in tutto ciò che facciamo. Dato che, peraltro, posiziona il Belpaese come la Nazione in questo senso più ottimista (il dato globale è al 27%), con il Giappone a fare da contraltare (17%).

Tra le barriere più grandi a causare questa lentezza nel percorso di digitalizzazione, in Italia vengono citate proprio il ritardo nella formazione della forza-lavoro in relazione al nuovo contesto digitale (57%), oltre alla mancanza di una visione strategica (56%).

Dobbiamo investire sui nostri giovani per creare quelle competenze irrinunciabili nel nuovo scenario digitale. Inoltre, è necessario gestire la transizione. Serve un grande focus a livello nazionale su un piano di re-skilling, indirizzato ai lavoratori di oggi, che indirizzi il significativo gap di competenze tecnologiche che esiste attualmente nella forza lavoro.  Per diventare stabile, infatti, la crescita ha bisogno di fare leva sull’innovazione ma questa non può prescindere dalla riduzione dello skill gap e quindi dallo sviluppo delle nuove competenze.