Proprio oggi mentre leggevo un po’ di cose mi è capitato sotto gli occhi un post di Pocket-Lint dove viene dichiarata l’intenzione ufficiale di Acer di espandere la propria gamma di prodotti comprendendo maggiori alternative con Chrome OS e Android. Mi sono fatto un paio di domande, allora: se è vero infatti che i sistemi operativi che adottiamo sono sempre più orientati a “non calcolare”, e i dispositivi sono ormai fatti per “farci leggere anziché scrivere codice”, è vero anche che spuntano come funghi servizi cloud per compiere quei task che prima portavamo a termine tranquillamente sulla nostra workstation fissa.

È un bene? Dipende: sicuramente noi risparmiamo corrente, e risparmiamo sforzo nel setup di queste infrastrutture, a volte un po’ esagerato per la prototipazione di qualche riga di codice, dell’applicazione minuscola che ci risolve un problema, o semplicemente per montare un filmato da un minuto. Dove saremo tra 20 anni? Nessuno lo sa. È però possibile pronosticare che lentamente il cloud e le applicazioni “piccole” avranno vinto, nonostante non valga la pena spendere così tanto come riporta Federico Moretti, in favore dei mastodonti come Photoshop, Pinnacle Studio, Eclipse, riservati a nicchie che però mantengono una certa proprietà di profittevolezza.

Mi ero già lanciato in un’analisi simile quando ho verificato se valesse la pena comprare un MacBook Air, e la conclusione è stata che preferivo una macchina più prestante, un MacBook Pro od equipollenti di altri marchi. Il punto rimane: possiamo permetterci di affidare un pezzo della nostra vita digitale (compilazioni, rendering, eccetera) a servizi di terzi di cui non conosciamo le policy interne?

No.

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