Nel corso degli ultimi giorni tra gli Indigeni Digitali è nata un’interessante discussione sull’idea di Michele Riccio di valorizzare uno dei tanti borghi minori italiani attraverso la sua trasformazione in un nodo di innovazione culturale e digitale. (Michele ce l’ha spiegata stamattina in un guest post, ndr)

La proposta si concentra sull’idea di far letteralmente rinascere uno dei tanti borghi italiani, depopolati e in stato di semi-abbandono, per  trasformarlo in un polo di innovazione dedicato allo sviluppo delle startup, che possa al contempo rivalutare il patrimonio storico del nostro territorio ospitando anche attività turistiche e commerciali. In questo modo potrebbe realizzarsi anche nel nostro Paese quel fenomeno di innovazione sociale e tecnologica già teorizzato anni fa nel volume Città e comunicazione: spazi elettronici e nodi urbani di S. Graham e S. Marvin.

Esistono già, soprattutto all’estero, esempi che vanno in questa direzione, come evidenzia Stefano Paluello. Le riflessioni tra gli Indigeni Digitali si concentrano sulle proposte concrete e sull’analisi delle criticità allo sviluppo di un progetto simile anche nel nostro Paese.

Una prima difficoltà è di carattere logistico, come evidenziano Marco Flaborea e Daniela Mulone: il borgo dovrebbe vedersi garantiti i collegamenti con i sistemi di trasporto di base, come strade e ferrovie, che consentano da un lato agli startupper di raggiungere velocemente le città più grandi e dall’altro favoriscano la visita di questi borghi da parte dei venture capitalist.

Il borgo delle startup, per poter essere tale, dovrebbe possedere caratteristiche peculiari. In primo luogo, dovrebbe costituirsi come una vera e propria community operante su un territorio fisico, che favorisca, un po’ come già avviene nel gruppo degli Indigeni Digitali, la condivisione delle idee e delle risorse. All’interno del borgo dovranno essere presenti aree di aggregazione collettiva, spazi di lavoro comuni e librerie, il tutto sotto copertura wireless, e con una forte propensione al rispetto dell’ambiente, come suggeriscono Jegor Levkovskiy e Giacomo Carozza.

Marco Flaborea suggerisce, che per incentivare i giovani a trasferirsi nel “borgo delle startup”, un ruolo importante potrebbe essere svolto dalla nascita di movimenti culturali di tendenza, che possano promuovere interessi collettivi  e favorire la visibilità del borgo.

Una volta condivise le prime idee di base all’interno di questa discussione, nel gruppo degli Indigeni Digitali è partita la caccia al paesino italiano che potrebbe trasformarsi nel borgo delle startup. Lo studio di concentra, in queste prime fasi, nell’individuazione dei comuni che possano avere caratteristiche logistiche e infrastrutturali tali da favorire la loro trasformazione in poli di innovazione digitali. Contributi interessanti da questo punto di vista sono quelli condivisi nel gruppo da Daniela Mulone (studio del Politecnico su Valle di Zeri) e da Michele Riccio (Borghitalia).

L’idea è stata lanciata, e ora parte la “caccia al paesino” che potrebbe diventare il borgo dell’innovazione digitale in Italia. Le idee e i contributi finalizzati a questo studio saranno disponibili su Facebook in un gruppo creato ad hoc.

Topic della settimana:

Una riflessione sull’abuso del termine startup

(Antonio Savarese)

Economia reale ed economia digitale

(Max Kava)

Si fanno startup contro la disoccupazione

(Daniele Buzzurro)

Poveri, ma con l’iPhone pagato a rate

(Dario Nenni)

Legge Urbani, monumenti e criticità allo sviluppo di applicazioni digitali

(Lucio Allegri)

Post precedenti:
Internet e cristianesimo. Di che parlano gli Indigeni #1

Rilanciare il paese con le startup. Di che parlano gli Indigeni #2