Quando Facebook ha introdotto gli hashtag quasi nessuno se l’è chiesto: Possibile che gli hashtag siano di dominio pubblico? In un mondo in cui si registra anche il modo in cui tocchiamo lo schermo e in cui perfino un’università fa causa ad Apple dichiarando che ha infranto un proprio brevetto, ci sono ancora cose che sono patrimonio di Internet come gli hashtag. Che, volendo, potevano essere brevettati così:

Un sistema in cui una parola, o più parole che si susseguono senza spazi, è preceduta dal simbolo # e diventa così un contenitore per qualunque cosa venga etichettata da questo tag.

Gli hashtag (# in inglese si pronuncia appunto hash) comparirono originariamente all’interno delle chat IRC per identificare gruppi e argomenti. A diffonderli al mondo intero ci pensò Chris Messina nel 2007:

Dopo Twitter anche Tumblr, Flickr, Instagram, Google Plus e buon ultimo Facebook hanno adottato questo strumento.

Alla fine la domanda qualcuno se l’è posta. Anzi l’ha posta. Su Quora, dove Chris è stato chiamato in causa e ha risposto così:

ho considerato che un monopolio garantito dal governo sull’uso degli hashtag avrebbe inibito la loro adozione, cosa che sarebbe stata il contrario di ciò che mi proponevo. Inoltre non avevo alcun interesse a fare soldi (direttamente) dagli hashtag. Sono nati da Internet e non dovrebbero essere detenuti da nessuno. Il valore e la soddisfazione che traggo dal vedere che il mio piccolo e buffo hack è usato così diffusamente oggi è sufficiente a sollevarmi dal non aver bloccato una cosa così stupida, ma efficiente.

Per citare nuovamente Chris, la cosa più grande riguardo agli hashtag è che chiunque può entrare a far parte della Mafia degli Hashtag usando gli hashtag. Come dire, #baciatelemani!

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