Era inevitabile che, prima o poi, Google[x] aggiungesse ai Glass qualcosa d’ancora più straordinario: delle lenti a contatto smart che non servono per la realtà aumentata — bensì alla cura del diabete. Grazie al wearable computing, i pazienti affetti dalla malattia potranno misurare i livelli di glucosio, senza ricorrere a iniezioni o “penne”. Un’innovazione che può davvero cambiare la qualità della vita delle persone, anche se non proietta delle immagini né riceve istruzioni su Google Now. La direzione dell’azienda è un’altra.

Conquistato il mercato del mobile – perché, piaccia o meno, Android ha una maggiore diffusione di iOS e la pubblicità su tablet e smartphone è appannaggio di Google – l’obiettivo diventa la quotidianità. Nest Labs è stata un’acquisizione intelligente, ma i termostati servono tutt’al più per ridurre l’impatto della bolletta del gas. Non minimizzo l’importanza del risparmio, però, davanti allo Smart Contact Lens Project diventano dei dettagli trascurabili: la salute è una priorità e il diabete non è una malattia facile da gestire.

Scrivendo di tecnologia, spesso ho l’impressione di fare un lavoro inutile: è difficile trattare le Smart TV da migliaia di euro quando la gente non ha più un’occupazione e combatte per arrivare alla fine del mese. Progetti come questo o i guanti dell’italiana dbGLOVE mi convincono ad andare avanti perché ciò che faccio serve anche a salvare delle persone. Non direttamente, ovvio, ma attraverso la divulgazione scientifica di progetti che – dall’accessibilità del web al diabete – hanno un significato profondo. Grazie, Google[x].