Fa discutere la sentenza della Corte di Giustizia europea, che ha assolto Google dall’obbligo di rimuovere i dati personali indicizzati dal motore di ricerca: Niilo Jääskinen ha stabilito che l’azienda non sia imputabile di reati per l’indicizzazione dei siti che contengono informazioni sensibili e non sia costretta a occultarli. Il processo risale al 2010, quando uno Spagnolo ha intentato causa a Google, poiché una testata spagnola ha pubblicato un articolo che conteneva dei dettagli privati successivamente apparsi sul motore.

Subito la stampa internazionale ha denunciato una lesione del diritto all’oblio, rivendicato persino da Eric Schmidt: la libertà d’espressione può arrivare a contrastare la privacy? Non è tanto semplice, secondo me. Google non ha pubblicato i dati personali dei propri utenti, però il proprio algoritmo ha restituito sul motore di ricerca un articolo giornalistico che li conteneva. Perché querelare Google, anziché la testata? Se esiste un illecito, infatti, dovrebbe risponderne il Direttore del giornale e non il motore di ricerca.

In Italia, Google è stata condannata e successivamente assolta per la responsabilità sull’apparizione di filmati indecenti – riguardanti le molestie a un diversamente abile – su YouTube. Il messaggio è chiaro: il provider non è responsabile dei contenuti e dev’essere chi li ha pubblicati a risponderne in tribunale. Non è una lesione del diritto all’oblio, ma una regolamentazione. Google deve rispettare le leggi nazionali e internazionali, però non è condannabile al posto dei veri responsabili. L’errore? È stato del giornalista.

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