Google ha annunciato un’estensione del programma Open Patent Non-Assertion (OPN) Pledge, teso a dichiarare l’intenzione di non procedere contro l’utilizzo di alcuni dei brevetti software in possesso dell’azienda. Come avevo descritto in occasione del primo gruppo pubblicato, la tutela riguarda delle tecnologie sui big data che difficilmente sono accessibili agli utenti finali: dopo MapReduce, Google ha aggiunto settantanove brevetti acquisiti negli anni da IBM e CA Technologies — sempre relativi a degli impieghi su larga scala.

Sempre introducendo OPN Pledge, auspicavo che fra i brevetti fossero inseriti quelli di Android: purtroppo, negli ultimi giorni l’“apertura” del sistema operativo ha fatto diversi passi indietro. Jean-Baptiste Quéru – leader di Android Open Source Project (AOSP) – spiega su Google+ perché abbia lasciato il proprio impiego, frustrato dall’atteggiamento di Qualcomm che non distribuisce i driver necessari alla compilazione di AOSP sul nuovo Nexus 7. Insomma, il tablet faticherà a supportare le Read-Only Memory (ROM) di terze parti.

La tacita strategia di Google è evidente: grazie a OPN Pledge, eviterà d’intentare cause civili alle multinazionali — aspettandosi lo stesso trattamento. Quanto alle startup che volessero utilizzare Android e agli “smanettoni”, l’atteggiamento è quello di ridurre le loro possibilità. Senza i driver, nonostante il kernel del sistema operativo sia open source, AOSP è del tutto inutile. Certo, la mancanza è di Qualcomm… però Nexus 7 è un dispositivo prodotto per Google e non esistono scuse credibili. Android è sempre più “chiuso”.

Photo Credit: Gerwin Sturm via Compfight (CC)