Lunedì, Ron Amadeo ha proposto su Ars Technica un articolo molto approfondito riguardo alla strategia di Google sull’“apertura” di Android: è evidente che l’azienda punti a rendere sempre più difficile il recupero dei sorgenti per il sistema operativo, nonostante i proclami a sostegno del free software. Diventerà mai una piattaforma closed-source? È improbabile, ma l’esperienza degli utenti di Android Open Source Platform (AOSP) è costantemente peggiorata nel tempo — e nulla lascia pensare a una futura «inversione della rotta».

Google ha annunciato AOSP nel 2007, poco dopo l’acquisizione della proprietà di Android e l’uscita di iOS: ufficialmente, rendere il sistema operativo open source sarebbe dovuto servire a evitare che Apple monopolizzasse il mercato dell’hardware e del software. Già, ma l’ecosistema di Google non aveva ancora raggiunto il primato sulle vendite – a prescindere dal diverso bilancio economico circa le app vendute – e adesso l’azienda non ha più una giustificazione. AOSP, ormai, è percepito come un ostacolo alla “crescita” dei Nexus.

Intendiamoci, posseggo un Nexus 4 e un Nexus 7 (2013) di cui sono pienamente soddisfatto: non ho nulla da eccepire, salvo rare eccezioni, alla distribuzione di Android effettuata da Google. Il problema subentra quando – per evidenti ragioni commerciali – un device non è più supportato e occorrono degli espedienti per continuare ad aggiornarlo. Una risposta alla frammentazione ha causato il blocco degli update a numerosi componenti del sistema operativo che, open source, di fatto non è più comparabile alla versione proprietaria.

Photo Credit: Lai Ryanne via Compfight (CC)